“Asha, un anno, indiana, porta legato in vita un cilindretto di metallo che potrebbe interferire con la risonanza magnetica, ma sua madre non ha nessuna intenzione di slegarlo: contiene sangue di capra consacrato. Fatima, bambina Rom di 6 anni, vive in un campo nomadi nella periferia di Roma e si occupa tutti i giorni della sorella di 3 anni e del cugino di 4 anni. Rose ha 21 anni, immigrata del Ghana 2 anni fa e vorrebbe svezzare il figlio Alex con il couscous” (Gesualdo et al., 2012).

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Quotidianamente siamo a contatto con la realtà di bambini migranti che trovano sosta nel nostro Paese,  eppure le loro storie rimangono taciute. Storie che si intrecciano in modo continuo, passano in sordina, rimangono inascoltate, non narrate e vissute solo da chi assiste mamme, bambini, adolescenti e uomini che cercano un rifugio, a volte solo un approdo in Italia.

Sono i “bambini Ulisse”, sopravvissuti a viaggi estenuanti, traumatici, faticosi e a volte con una meta diversa da quella sperata, a volte con genitori o figure di riferimento, altre volte non accompagnati (Devi, 2017).

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