"Ogni adulto convive con il bambino che è stato" (Sigmund Freud)

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Le emozioni sono una potente spinta all’azione, soprattutto quelle negative. Ecco perché da sempre la politica ha cavalcato le ansie dei cittadini per ottenere approvazione.

È semplice mostrare il potere della paura in un classico esperimento: proporre a chi acquista un biglietto aereo un’assicurazione contro «la morte per qualsiasi causa». Alcuni, probabilmente, la sottoscriveranno; proponendo una contro «la morte in un attentato terroristico», in media, le persone saranno disposte a spendere di più. Ecco il potere della paura: evocare un’immagine vivida e temuta come quella della morte per Covid-19, del terrorismo o di una catastrofe, fa scattare i meccanismi mentali dell’apprensione, che spingono a scelte diverse, poco ponderate.. 

 Lo stesso vale nello scegliere propagande politiche. Le emozioni sono una potente spinta all’azione, specie quelle negative. Per Gilda Sensales, psicologa politica, i messaggi che evocano minaccia, rabbia o disgusto funzionano meglio di quelli positivi, perché catturano di più l’attenzione. E per motivarci all’azione politica, l’emozione più potente è appunto la paura. 

 Drew Westen, psicologo politico, nel libro: “La mente politica” esamina come i più forti motivatori sono rabbia/odio, paura/ansia, e speranza/entusiasmo, ma la paura è la più forte. Segue la rabbia, che permette di esprimere e tradurre in azione collettiva rimostranze che altrimenti resterebbero malesseri personali. Gli appelli a qualità più “fredde”, come esperienza e competenza, non tengono minimamente il passo con queste emozioni. 

Nell’architettura del nostro cervello il «centro della paura» è l’amigdala, struttura sottocorticale che invia una profusione di connessioni alla neocorteccia, sede dei pensieri più ponderati.

Andrew Huberman, neurobiologo a Stanford: «Il cervello non è fatto per tenerci felici, ma per tenerci vivi». La paura è così potente perché è un’emozione primitiva essenziale per la sopravvivenza, che per salvarci da un presunto pericolo ci spinge a reagire prima ancora di pensare. Perciò è così facile da evocare!

Inoltre vi è un’altra caratteristica: col tempo, mentre i ricordi di un evento si spengono, anche la paura cala, ma resta comunque viva in sottofondo, pronta a riaccendersi al primo segnale sospetto che rievochi lo spavento passato (come, nei mesi dopo un attentato, uno straniero che sembri indossare una cintura esplosiva). 

La retorica politica incendiaria 

Lo sfruttamento politico di questi meccanismi è stato battezzato dallo psicologo e scrittore Daniel Goleman «dirottamento dell’amigdala»: la retorica incendiaria attiva il cervello emotivo, e in particolare l’amigdala, prima che quello razionale possa entrare in gioco. 

Non è questo il solo meccanismo in gioco in politica. Un politico non palesa il pericolo, ma sollecita il timore che qualcuno possa farlo. Solletica cioè la nostra ansia e mette in campo il fenomeno del momento, su cui fa leva molta propaganda di questi anni: l’incertezza,  una «cugina della paura». 

Fermiamoci un attimo: quali sono le paure attuali? Ebbene quelle che pervadono e plasmano l’attuale ciclo politico sono dettate in massima parte proprio dall’incertezza: covid-19, lockdown, sanità, debito pubblico, immigrazione, disoccupazione, terrorismo, difficoltà economiche, criminalità, disordini geopolitici. Sono le paure che più inquietano italiani ed europei secondo numerose inchieste condotte negli ultimi tempi, dall’Eurobarometro al rapporto Eurispes.

Sete informativa ed “effetto travaso”: vivere in una bolla 

Vari altri studi hanno mostrato che oggi siamo più spaventati che in passato e che i livelli di ansia crescono di pari passo con il consumo di news. Appena c’è un disastro iniziamo a ricevere informazioni in tv, notifiche sul cellulare, messaggi sui social, e ci sentiamo falsamente coinvolti, come se ogni evento accadesse qui e ora. Dunque, ancora una volta ci sentiamo vulnerabili in ogni istante a forze che sono fuori dal nostro controllo. 

L’arroccamento sulle proprie convinzioni spiega anche il cosiddetto «effetto travaso»: la paura evocata su un tema si riversa con facilità su altri, perché porta ad aggrapparsi a tutti i valori fondamentali identitari e non solo a quello minacciato. 

Infine, un altro aspetto: mentre la rabbia spinge ad agire d’impulso, il timore induce a informarsi sul problema che inquieta, per capirlo meglio e cercare rassicurazioni. Un comportamento potenzialmente positivo sarebbe quello volto a capire come gestire meglio le questioni e non solo a placare l’angoscia. Secondo Sensales è ampiamente dimostrato che tendiamo a esporci ai messaggi che sentiamo più affini, creando le ben note bolle informative in cui troviamo messaggi in sintonia con quanto già pensiamo, che ci dicono quel che vogliamo sentire, e ci rafforzano nelle convinzioni preesistenti, anziché aiutarci davvero a capire. 

Perché il cambiamento climatico fa meno paura di un attentato?

I meccanismi della paura spiegano anche perché a volte funziona poco. Perché una minaccia grave come il cambiamento climatico non smuove gli animi e i voti? Secondo vari esperti, ciò accade perché ci siamo evoluti per temere le azioni umane, o comunque di un agente che ci attacca, più che gli eventi impersonali, e i pericoli immediati più che quelli in un futuro indeterminato come appare quello climatico (finché una siccità o un’alluvione non ce lo fa sentire imminente). 

Come proteggersi?

In Italia poi il montare della paura viene favorito dalla maggioranza dei media, che  assecondano la sensazione di minaccia ed esasperando il clima. E la psicologia politica mostra che ciò funziona molto bene su chi ha meno strumenti culturali per contestualizzare e ridimensionare questi allarmi, ed è spinto a cer- care una figura forte a cui aggrapparsi.

Ritorna quindi il ruolo forte delle Istituzioni educative e dell’importanza dello sviluppo, fin da piccoli, di un pensiero critico e analitico, che possa guidare, insieme a quello storico, le scelte politiche dei futuri cittadini del domani. 

Immagine «Salva i tuoi figli», un manifesto per la campagna elettorale del 1953, durante la quale la Democrazia Cristiana fece ricorso alla paura fondata sull’espansionismo dell’Unione Sovietica. 

Bibliografia

Westen D., La mente politica. Il ruolo delle emozioni nel destino di una nazione, Il Saggiatore, 2008. 

Catellani P. e Sensales G., Psicologia della politica, Cortina, 2011. 

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Inseguimenti, bare vuote, animali feroci: sono alcune immagini oniriche ricorrenti in questi lunghi mesi. Elementi della vita quotidiana, metafore e paure si intrecciano nei sogni che, secondo le esperienze descritte da molti, durante l’isolamento sono diventati più intensi e, spesso, inquietanti. Dall’inizio della quarantena troviamo in rete i racconti
di sogni bizzarri. Perchè?

Il sonno è il primo ad alterarsi in situazioni stressanti, innescando in un circolo vizioso: un cattivo riposo esaspera gli aspetti negativi a livello psicologico, irritabilità, difficoltà di concentrazione, spossatezza, che non faranno che peggiorare a loro volta la qualità del sonno. Uno studio dell’Università di Padova ha rivelato che «Molti hanno impiegato più tempo ad addormentarsi e sono rimasti più a lungo svegli durante la notte a causa di un sonno frammentato», rivela Nicola Cellini, autore della ricerca pubblicata su «Journal of Sleep Research» e docente di psicofisiologia all’Università di Padova.

A riferire un sonno scadente sono state soprattutto le persone con i livelli maggiori di ansia, depressione e stress, e non solo la minaccia attuale che tuona nelle parole di “nuovo lock-down” incide in maniera significativa. Chi durante il lockdown è stato messo in cassa integrazione, non si è visto rinnovare il contratto o ha dovuto lasciare l’impiego per motivi familiari ha subito le conseguenze più pesanti. Differenze sono state osservate anche tra i sessi: le donne hanno sofferto in misura maggiore, forse per fattori legati alla gestione dei figli e all’impiego.

I mille volti del virus nei sogni

“Mi trovavo in un campo cosparso di occhi. Erano enormi, grandi quanto un’auto o anche di più, e rotolavano nell’erba e nel fango. Insieme a me c’erano molte persone, tutte intente a scappare da queste palle gigantesche, consapevoli che se fossero state toccate si sarebbero ammalate immediatamente”. Si evince l’ansia, il senso di pericolo e la paura che persone da tutto il mondo hanno sperimentato da quando il loro paese è stato infiltrato dal coronavirus. Negli incubi di una donna australiana non è un virus ma un esercito armato che la insegue; un trentenne delle Filippine si trova in coda per un concerto quando all’improvviso si rende conto di rischiare la vita, essendo nel mezzo di un assembramento; una quarantenne dello Stato di Washington non può uscire di casa perché un leone blocca la porta. «Sono aumentate le segnalazioni con protagonisti leoni», annotano gli amministratori del sito idreamofcovid.com, che dall’inizio della pandemia raccoglie i racconti dei sognatori di tutto il mondo. Forse tutti noi conviviamo con «la sensazione di essere limitati e minacciati nelle attività quotidiane da una possente, imprevista e in qualche modo incredibile forza proveniente dall’esterno».

Notti interrotte in uno specchio riflesso  

Luigi De Gennaro, docente di psicobiologia e psicologia fisiologica alla «Sapienza» Università di Roma, è stato tra i primi in Italia a studiare come sonno e attività onirica stessero cambiando a causa dell’isolamento. È possibile che le differenze culturali abbiano mediato l’effetto del lock- down sul sonno, ma in generale appare evidente che il cambiamento degli orari, con uno spostamento in avanti delle lancette della sveglia, e un sonno più frammentato abbiano modificato l’attività onirica. «Svegliarsi più tardi può avere indotto a ricordare meglio i sogni. Il sonno REM infatti è più frequente al mattino, e risvegli più frequenti aumentano il numero di sogni ricordati. 

«La correlazione tra frammentazione del sonno, incremento della frequenza dei sogni e aumento dei sogni a contenuto negativo è molto forte», sostiene De Gennaro. «I sogni negativi sono un sottoprodotto del fatto che si sogna di più».

E le emozioni? La qualità dell’umore, i livelli di stress e le preoccupazioni relative alla pandemia hanno inciso sui sogni. Una parte della popolazione ha manifestato un maggiore coinvolgimento emotivo durante la pandemia. Ha rimuginato di più sulla malattia, era più preoccupata, più stressata, di umore più negativo. Questo ha avuto un riflesso sulla vita notturna.

Per indagare il contenuto dei sogni durante la quarantena, il gruppo che la- vora alla «Sapienza» ha chiesto ai partecipanti di un ulteriore studio di registrare i propri sogni ogni mattina. «Ci vorrà molto tempo per trascrivere e analizzare questi racconti ma a una prima lettura ci sono alcuni sogni con elementi legati al lockdown, come persone inseguite dai carabinieri, ma sono pochi casi, gli altri sono banali», anticipa De Gennaro. 

Sogni in guerra

In passato nessuno ha potuto studiare in maniera sistematica il mondo onirico di un’intera popolazione isolata e minacciata da una pandemia. 

I riferimenti più prossimi, anche se traumatici ed estremi, vengono da alcuni studi condotti in sopravvissuti ai campi di concentramento. Dove però, all’isolamento, si aggiungevano una minaccia continua alla propria sopravvivenza e, spesso, violenze e abusi fisici, sessuali e psicologici.

«Ero a casa e sono andato nella dispensa, dove ho mangiato tutto ciò che potevo vedere. Quindi sono uscito per incontrare mia sorella e un amico
al ristorante, dove abbiamo consumato una cena abbondante, per poi recarci in un altro pub a mangiare. E poi in un altro pub ancora…». Il cibo e il ritorno a casa sono tra gli argomenti più frequenti nei sogni di un gruppo di soldati britannici reclusi nella prigione di Laufen durante la seconda guerra mondiale. Uno di loro, il maggiore Kenneth Hopkins, dottorando in psicologia, chiese ai compagni di raccontargli giorno dopo giorno i loro sogni. Era il 1940 e Hopkins era convinto che la guerra sarebbe presto finita e avrebbe potuto utilizzare il materiale raccolto per redigere la tesi. Morì di enfisema due anni dopo, ancora prigioniero. I suoi resoconti, però, costituiscono un eccezionale reportage onirico raccolto in tempo reale. 

Se da una parte sembra smentita l’esistenza di veri e propri sogni pandemici, le ricerche confermano che per molti la vita notturna durante la quarantena è cambiata 

E se dovesse esserci un nuovo lock-down? Come fare per migliorare il proprio sonno e quindi i propri sogni? 

E’ importante seguire le regole dell’igiene del sonno. Si tratta di semplici comportamenti utili a facilitare l’addormentamento, come coricarsi e svegliarsi alla stessa ora. 

Tra le altre raccomandazioni: non usare il cellulare a letto per leggere notizie; esporsi alla luce solare soprattutto al mattino; evitare di cenare molto tardi e di bere troppo. Bisogna imporsi delle regole e pianificare alcuni momenti per scaricare ansie, paure e incertezze in modo da non portarsi le preoccupazioni a letto.

Il letto è “un santuario”. Non si usa il computer e non si lavora. 

Pensare a qualcosa di positivo prima di addormentarsi può invece aiutare ad accompagnare l’addormentamento e a migliorare il tono dei propri sogni, al pari delle favole raccontate ai bambini o all’orsacchiotto tenuto ben stretto.

Il sogno fornisce una cornice per rielaborare il materiale più significativo delle nostre giornate. I cambiamenti della vita quotidiana vissuti durante il periodo di lockdown si siano riflessi anche sui sogni, popolando il mondo onirico, ma non necessariamente rendendolo più inquietante.

Concedersi uno spazio di ascolto e supporto psicologico in cui poter alleggerire il carico quotidiano, può aiutare a creare “cuscini” su cui poter dormire.

Bibliografia

Cellini N., Mioni G. e Costa S., Changes in Sleep Pattern, Sense of Time and Digital Media Use During Covid-10 Lockdown in Italy, in «Journal of Sleep Research», 2020.

De Gennaro L. e altri, Use of Varenicline in Smokeless Tobacco Cessation Influences Sleep Quality and Dream Recall Frequency but Not Dream Affect, in «Sleep Medicine». 2017.

Tempesta D., Curcio G., De Gennaro L., Ferrara M., Long- Term Impact of Earthquakes on Sleep Quality, in «PLoS One», 2013.

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Sicurezza, banchi monoposto, mascherine, disposizioni ministeriali: parole ridondanti e a tratti assordanti che accompagnano il vivere quotidiano di tutti noi in questi mesi estivi. Parole come Slogan, sono indissolubili nel nostro lessico quotidiano , arricchite da rappresentazioni mentali ed emotive che possono non trovare spazio di discussione, di confronto, di elaborazione. Eppure tutto va e deve andare avanti alla velocità della luce, secondo i dettami del principio di adattamento, così come gli enormi cambiamenti che tutti, bambini, adolescenti, genitori e insegnanti si accingono ad affrontare a poche ore dal rientro a scuola.

Il rischio è creare delle “bolle” nel dettame della piena sicurezza, dell’incertezza e dell’ubiquità di una pandemia globale. Ripararsi da  un trauma collettivo, perché riguarda tutti, in modo indistinto dalla provenienza, dall’età e dal ceto sociale. Una rottura di ciò che era lineare come il primo giorno di scuola, adesso invece diviene una ferita oggettiva e trasversale, ma condivisibile.

Le bambine di una scuola iraniana ritratte in foto, avranno preparato i loro zaini e messo dentro oltre ai quaderni, i colori e le matite, le ansie e i timori, la gioia di rivedere le insegnanti, le compagne di classe e soprattutto la speranza.

Occorre quindi preparare ognuno il proprio zaino emotivo badando a cosa mettere dentro senza renderlo troppo pesante!

Uno Zaino per Mamma e Papà: #fiducia. Sono stati messi a dura prova gli equilibri familiari e ora che si ritorna in classe in presenza si riaffacciano gli dubbi, la rabbia per come saranno gestiti gli ingressi, gli orari, le ansie per gli apprendimenti e per la concreta probabilità di nuove restrizioni. Molti genitori hanno paura di non riuscire a reggere i timori di contagi, l’organizzazione tra esigenze lavorative e familiari. Potrebbe essere di aiuto stabilire una routine pre-scuola attraverso cui trasmettere messaggi coerenti in linea con quelli di dirigenti, insegnanti e personale scolastico e spiegare ai più piccoli che troveranno alcuni cambiamenti strutturali. Confrontarsi e fare team con gli altri genitori e sostenere famiglie e bambini che mostrano particolari difficoltà, potrebbe costruire come piccoli tasselli, la fiducia nell’affrontare insieme questa nuova sfida.

Uno zaino per insegnati e personale scolastico: #darsitempo. Le corse all’organizzazione in DaD, il raggiungere tutti gli studenti senza lasciare nessuno escluso, adeguarsi all’imperativo tecnologico oltre i tempi di apprendimento e di adattamento dei singoli, hanno messo a dura prova gli insegnanti. Eppure saranno lì, all’ingresso: da una parte, un nuovo inizio porta curiosità e voglia di sperimentare; dall’altra, come per tutte le novità,  timore o preoccupazione. Pensare all’anno scolastico come a un viaggio condiviso, con i propri alunni e i propri colleghi, in cui darsi tempo per adattarsi ai cambiamenti è la direzione da seguire. Sicuramente ci saranno sfide e difficoltà, incomprensioni e momenti di tensione. E’ importante valorizzare i risultati e i traguardi raggiunti, le piccole e grandi soddisfazioni e le gioie quotidiane racchiuse in quell’orario scolastico tanto atteso.

Uno zaino per bambini e adolescenti: #contattoemotivo. Il ritorno a scuola non sarà facile, con le limitazioni comportamentali difficili da rispettare soprattutto per i piccoli che dovranno essere guidati attraverso attività di accoglienza e di orientamento con messaggi semplici e in linea con la loro età. Scarsa motivazione, socialità compulsiva, ritiro sociale, difficoltà di concentrazione, irritabilità, potrebbero essere presenti tra i banchi. Si dovrà comprendere in pieno e intervenire senza vedere solo gli aspetti patologici, cogliendo i bisogni emotivi e le difficoltà che esprimono di bambini e degli adolescenti. Tutto ciò dovrebbe rientrare nella programmazione scolastica: garantire il contatto emotivo, attraverso spazi e modi per ricostruire un significato condiviso sull’esperienza del lockdown, sulle nuove sfide della ripresa.

Non resta che appoggiare gli zaini al tavolo della Speranza, quel sentimento di aspettazione fiduciosa nella realizzazione, presente o futura, di quanto si desidera. Cari genitori, insegnati, bambini adolescenti e cari tutti noi, forse stiamo desiderando in modo comune!

Condividendo emozioni e pensieri si riuscirà a dare un senso all’esperienza passata e presente, si troverà ancora il modo per spiegarla ai più piccoli, i quali sapranno trovare lo spazio per confrontarsi con i più grandi.

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a cura di Dr.ssa Eleonora Poduti, Irene Marino, Prof. Gianni Biondi in S.I.P.Ped (Società Italiana di Psicologia Pediatrica)

Summary

In this precise historical period, due to the COVID-19 epidemic, families have encountered great difficulties in maintaining order and the rules preceding forced confinement.Adolescence is a phase of transition not only for the boy, but for the whole extended family system, which is called to put in place all its adaptive and change abilities.In particular, in adolescents, initially there was a tendency to overturn family schedules and commitments in a sort of confusion caused by adaptation to new living conditions. The boys had to deal with the new remote teaching method, largely unknown, which generated difficulties in interacting and being interested in a situation devoid of the typical school dynamics, made of sociality, exchanges, fantasies and transgressions.The need to socialize converged in an exaggerated use of social and video games, initially in the form of real & quot; marathons & quot. However, as the days went by, they no longer appeared so fun and rewarding, due to the inevitable repetitiveness of the communication tool used. The boys have increasingly reported boredom and the lack of originality determined by a surrogate sociality.It was decided to collect the comments of the boys and their stories with the intention of contributing, together with parents and pediatricians, to observe the quarantine also from their pointed view.

Introduzione

In questo preciso periodo storico, a causa dell’epidemia da COVID-19, nelle famiglie si sono riscontrate grandi difficoltà a mantenere l’ordine e le regole precedenti la reclusione forzata.L’adolescenza è una fase di passaggio non solo per il ragazzo, ma per tutto il sistema familiare allargato, che è chiamato a mettere in campo tutte le proprie capacità adattive e di cambiamento.In particolare, negli adolescenti, inizialmente si è osservata una tendenza a ribaltare gli orari e gli impegni familiari in una sorta di confusione da adattamento alle nuove condizioni di vita. I ragazzi si sono dovuti confrontare con la nuova modalità didattica a distanza, in gran parte sconosciuta, che ha generato difficoltà nell’interagire e interessarsi ad una situazione priva delle tipiche dinamiche scolastiche, fatte di socialità, scambi, fantasie e trasgressioni.Il bisogno di socializzare è confluito in un uso esagerato dei social e dei videogiochi, inizialmente sotto forma di vere e proprie “maratone”. Tuttavia, con il passare dei giorni, non sono più apparsi così divertenti e appaganti, a causa dell’inevitabile ripetitività dello strumento di comunicazione utilizzato. I ragazzi hanno sempre più riferito la noia e la mancanza di un’originalità determinata da una socialità surrogata. Si è deciso di raccogliere i commenti dei ragazzi e le loro storie con l’intenzione di contribuire, insieme a genitori e pediatri, a osservare la quarantena anche dal loro punto di vista. I nomi di seguito presentati sono prodotti di fantasia degli autori.

Autonomia e indipendenza emotiva

J., 17 anni: “Ho bisogno di avere vicino i miei familiari e non voglio che escano tanto, potrebbero beccarsi il virus!

In alcune situazioni la fase 2 ha fatto emergere l’attivazione di angosce di separazione e abbandoniche. È il caso di J. che manifesta uno stato di malessere dovuto nell’immaginario alla ripresa e alle possibilità di uscire da casa, laddove il pericolo – coronavirus – è fuori, è esterno e viene vissuto come una minaccia rivolta a sé, a tutti i familiari e alle persone care. Il percorso verso l’autonomia dalle figure genitoriali e parentali ha subito uno stop, è emersa una regressione allo stato di dipendenza, di ricerca di contatto prossimale e angoscia di contagio. Le sue strategie attivano un processo di evitamento: J. ha interrotto le attività che le davano parvenza di continuità e di un graduale riavvio, come le lezioni online e le attività ricreative condivise con gli amici. L’isolamento potrebbe aumentare un senso di solitudine e le paure. 

  L., 15 anni: “Quando finisce la quarantena, i miei non mi vedono più!

Una reazione di eccessivo controllo della famiglia, pur avendo lo scopo di proteggere il figlio da esperienze negative, rischia di attivare comportamenti di distanza e di ribellione da parte del ragazzo. È possibile dunque che si inneschi un circolo vizioso di incomprensioni reciproche caratterizzato da dinamiche di controllo e opposizione. Se queste dinamiche erano già presenti nella relazione familiare, si è osservato un loro acuirsi. Risulta necessario spezzare il circolo: se i genitori si motivano nel mantenere un clima non conflittuale, è possibile che gli adolescenti condividerebbero le loro preoccupazioni. In alcuni casi possono emergere le preoccupazioni relative alla situazione economica familiare, alla futura condizione lavorativa dei genitori e al contributo che l’adolescente potrebbe dare.

Il gruppo dei pari: dissolvenza o spostamento nel virtuale?

F. 15 anni: “Andavo a scuola anche per i miei amici e mai avrei pensato di non uscire con loro per tutto questo tempo” 

J., 18 anni: “Ora, con la fase 2, io e i miei amici ci siamo visti una sera al bar, ma dovevamo stare divisi in più tavoli e lontani tra noi, così non ha senso!”

Per F., come per molti adolescenti italiani, la dimensione fisica, contenitiva ed espressiva del gruppo è fondamentale per la condivisione di una cultura gruppale, per la creazione di ruoli, di una rete di relazioni e soprattutto di un’identità ingroup (“sono simile a loro”) e outgroup (“i miei amici sono migliori di”) che durante il lockdown non ha trovato una collocazione sia sul piano spaziale (parco, pizzeria, palestra, pub) che temporale (pomeriggio, sera, weekend). Nella fase 2 la possibilità di ritrovare il gruppo di amici si scontra con la frustrazione del tollerare le misure di distanziamento sociale e con la conferma che la situazione è cambiata, come ben risuonano le parole di J. Aiutarli a dare valore positivo “all’attesa” arricchendola di progettualità è un obiettivo evolutivo per gli adolescenti.

G., 16 anni: “I miei amici mi vorranno quando ci rincontreremo?

La velocità dei cambiamenti che l’adolescente ha dovuto affrontare potrebbe aver prodotto un effetto confusivo rispetto alle naturali difficoltà del raggiungimento di un proprio processo identitario e affettivo. Gli effetti di questa confusione possono presentarsi come persistenza all’isolamento: il ragazzo ha paura di uscire di casa, si chiude in camera e nel mondo “a distanza” che in questi mesi si è dovuto costruire. Altri adolescenti potrebbero comportarsi in maniera rischiosa: i bisogni compressi per così tanto tempo, potrebbero esplodere e il ragazzo pretenderà di uscire di casa molto spesso, ostentando un senso di competizione con le dovute precauzioni igieniche (mascherina, guanti e distanza sociale).In questo caso, di fondamentale importanza è stata la prevenzione dalla disinformazione che ha coinvolto genitori e pediatri, finalizzata allo sviluppo di un adeguato esame di realtà e di responsabilizzazione.Il timore dei genitori rispetto al rischio di promiscuità dei giovani in queste nuove fasi dell’emergenza è sicuramente presente e comprensibile. Contenere le proprie preoccupazioni, favorirebbe la comprensione e il contenimento delle paure dei ragazzi. È necessario tenere a mente che l’adolescente non è un adulto: non bisogna avere fretta, ma accompagnarlo nel suo processo di crescita rispettando i suoi tempi, bisogni e fantasie.

Noia, abulia, sbalzi di umore 

P., 16 anni: “Alla fine ti annoi, e il divertimento lo trovo giocando online o guardando serie tv ma dopo un po’ non ti va più

La noia aumenta la frustrazione rispetto alle norme che del post quarantena e la sperimentazione di attività che vanno “oltre i limiti”, sebbene questo è un dato che non rimane confinato ai nostri adolescenti, come i notiziari ci aggiornano. Il rischio evidente è che questa spinta evolutiva nel trasgredire trovi ulteriore collocazione nel virtuale. Internet ha assunto estrema importanza all’interno di uno straordinario contesto di vita per quanto riguarda la comunicazione e la socializzazione tra pari. Alcuni applicativi hanno rappresentato un importante strumento per la ricerca e l’esplorazione identitaria e le possibilità auto-espressive. Il rifugio nel web per gran parte della giornata o, più spesso durante le ore notturne, potrebbe destare preoccupazione nella misura in cui l’adolescente appaia ritirato, annoiato, con sbalzi di umore. Gaming (giochi virtuali) ed esposizione al cyber-sex sono i rischi in cui gli adolescenti sembrano incorrere più frequentemente.

Sperimentazione di sé e futuro

M., 12 anni: “Dovevo andare in vacanza studio e fare le gare di ginnastica artistica. Adesso mi ritrovo chiusa in casa e non so quando potrò riprendere i miei piani”Dalle parole di M. si evince la piena sperimentazione di sé e la voglia di competitività sana. È emblematico che si è trovata a dover fronteggiare uno stop forzato ai suoi progetti e la difficoltà a tollerare la frustrazione che ne è derivata. È necessario rispettare le “fantasie” adolescenziali, che possono prevedere un istantaneo ritorno alla normalità e alle relazioni paritarie pre-covid, mentre si accompagna il giovane a pianificare il proprio periodo post-covid con un complesso quanto necessario esame delle realtà e senso di responsabilità.

Pediatri e Genitori: alcuni criteri per rispondere ai bisogni degli adolescenti in post-lockdown

  • Parola d’ordine: restituire loro la progettualità perduta. È necessario creare spazi di condivisione attraverso cui l’adolescente possa gradualmente riprendere la pensabilitàdei progetti precedenti la quarantena: viaggi studio, attività sportiva, vacanze, feste di compleanno. Aiutarli a costruire una “road map” in cui tracciare i loro obiettivi, le mete da esplorare, le attività da condurre potrebbe dare vita ad un percorso rassicurante di fiducia e motivazione. 
  • Sostenere la socialità all’aria aperta: la riapertura dei parchi, la possibilità di incontrare nuovamente amici, conoscenti, compagni di scuola e il via libera alle attività sportive consente ai ragazzi di riprendere la possibilità di sperimentare e socializzare. Il confronto con il gruppo dei pari era essenziale prima e oggi forse ancor di più: sostenerlo e motivarlo porterebbe ad un miglioramento del clima e della relazione familiare, oltre che al benessere del ragazzo. 
  • Le risorse del web: suggerire ai nostri adolescenti (individualmente e in gruppo) di raccontare e ri-narrare la loro quarantena, attraverso le risorse che il web e i social offrono, permette loro di guardare in maniera creativa e benefica le risorse mobilitate per far fronte ad un evento storico unico che ha accomunato tutti.
  • Nessuna fretta: È importante rispettare i tempi per un individuale ri-adattamento alla nuova condizione sociale, che mette alla prova grandi e piccoli. Aiutiamoci e aiutiamo i nostri adolescenti ad orientarsi gradualmente verso un futuro prossimo, tollerando l’incertezza e i timori legati alla ripresa. Il processo di riadattamento non si può realizzare se non coinvolge il sistema familiare e, in termini più ampi, l’intera società. 
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