Politica dell’incertezza e della paura: come influenzano le nostre azioni attuali.
Le emozioni sono una potente spinta all’azione, soprattutto quelle negative. Ecco perché da sempre la politica ha cavalcato le ansie dei cittadini per ottenere approvazione.
È semplice mostrare il potere della paura in un classico esperimento: proporre a chi acquista un biglietto aereo un’assicurazione contro «la morte per qualsiasi causa». Alcuni, probabilmente, la sottoscriveranno; proponendo una contro «la morte in un attentato terroristico», in media, le persone saranno disposte a spendere di più. Ecco il potere della paura: evocare un’immagine vivida e temuta come quella della morte per Covid-19, del terrorismo o di una catastrofe, fa scattare i meccanismi mentali dell’apprensione, che spingono a scelte diverse, poco ponderate..
Lo stesso vale nello scegliere propagande politiche. Le emozioni sono una potente spinta all’azione, specie quelle negative. Per Gilda Sensales, psicologa politica, i messaggi che evocano minaccia, rabbia o disgusto funzionano meglio di quelli positivi, perché catturano di più l’attenzione. E per motivarci all’azione politica, l’emozione più potente è appunto la paura.
Drew Westen, psicologo politico, nel libro: “La mente politica” esamina come i più forti motivatori sono rabbia/odio, paura/ansia, e speranza/entusiasmo, ma la paura è la più forte. Segue la rabbia, che permette di esprimere e tradurre in azione collettiva rimostranze che altrimenti resterebbero malesseri personali. Gli appelli a qualità più “fredde”, come esperienza e competenza, non tengono minimamente il passo con queste emozioni.
Nell’architettura del nostro cervello il «centro della paura» è l’amigdala, struttura sottocorticale che invia una profusione di connessioni alla neocorteccia, sede dei pensieri più ponderati.
Andrew Huberman, neurobiologo a Stanford: «Il cervello non è fatto per tenerci felici, ma per tenerci vivi». La paura è così potente perché è un’emozione primitiva essenziale per la sopravvivenza, che per salvarci da un presunto pericolo ci spinge a reagire prima ancora di pensare. Perciò è così facile da evocare!
Inoltre vi è un’altra caratteristica: col tempo, mentre i ricordi di un evento si spengono, anche la paura cala, ma resta comunque viva in sottofondo, pronta a riaccendersi al primo segnale sospetto che rievochi lo spavento passato (come, nei mesi dopo un attentato, uno straniero che sembri indossare una cintura esplosiva).
La retorica politica incendiaria
Lo sfruttamento politico di questi meccanismi è stato battezzato dallo psicologo e scrittore Daniel Goleman «dirottamento dell’amigdala»: la retorica incendiaria attiva il cervello emotivo, e in particolare l’amigdala, prima che quello razionale possa entrare in gioco.
Non è questo il solo meccanismo in gioco in politica. Un politico non palesa il pericolo, ma sollecita il timore che qualcuno possa farlo. Solletica cioè la nostra ansia e mette in campo il fenomeno del momento, su cui fa leva molta propaganda di questi anni: l’incertezza, una «cugina della paura».
Fermiamoci un attimo: quali sono le paure attuali? Ebbene quelle che pervadono e plasmano l’attuale ciclo politico sono dettate in massima parte proprio dall’incertezza: covid-19, lockdown, sanità, debito pubblico, immigrazione, disoccupazione, terrorismo, difficoltà economiche, criminalità, disordini geopolitici. Sono le paure che più inquietano italiani ed europei secondo numerose inchieste condotte negli ultimi tempi, dall’Eurobarometro al rapporto Eurispes.
Sete informativa ed “effetto travaso”: vivere in una bolla
Vari altri studi hanno mostrato che oggi siamo più spaventati che in passato e che i livelli di ansia crescono di pari passo con il consumo di news. Appena c’è un disastro iniziamo a ricevere informazioni in tv, notifiche sul cellulare, messaggi sui social, e ci sentiamo falsamente coinvolti, come se ogni evento accadesse qui e ora. Dunque, ancora una volta ci sentiamo vulnerabili in ogni istante a forze che sono fuori dal nostro controllo.
L’arroccamento sulle proprie convinzioni spiega anche il cosiddetto «effetto travaso»: la paura evocata su un tema si riversa con facilità su altri, perché porta ad aggrapparsi a tutti i valori fondamentali identitari e non solo a quello minacciato.
Infine, un altro aspetto: mentre la rabbia spinge ad agire d’impulso, il timore induce a informarsi sul problema che inquieta, per capirlo meglio e cercare rassicurazioni. Un comportamento potenzialmente positivo sarebbe quello volto a capire come gestire meglio le questioni e non solo a placare l’angoscia. Secondo Sensales è ampiamente dimostrato che tendiamo a esporci ai messaggi che sentiamo più affini, creando le ben note bolle informative in cui troviamo messaggi in sintonia con quanto già pensiamo, che ci dicono quel che vogliamo sentire, e ci rafforzano nelle convinzioni preesistenti, anziché aiutarci davvero a capire.
Perché il cambiamento climatico fa meno paura di un attentato?
I meccanismi della paura spiegano anche perché a volte funziona poco. Perché una minaccia grave come il cambiamento climatico non smuove gli animi e i voti? Secondo vari esperti, ciò accade perché ci siamo evoluti per temere le azioni umane, o comunque di un agente che ci attacca, più che gli eventi impersonali, e i pericoli immediati più che quelli in un futuro indeterminato come appare quello climatico (finché una siccità o un’alluvione non ce lo fa sentire imminente).
Come proteggersi?
In Italia poi il montare della paura viene favorito dalla maggioranza dei media, che assecondano la sensazione di minaccia ed esasperando il clima. E la psicologia politica mostra che ciò funziona molto bene su chi ha meno strumenti culturali per contestualizzare e ridimensionare questi allarmi, ed è spinto a cer- care una figura forte a cui aggrapparsi.
Ritorna quindi il ruolo forte delle Istituzioni educative e dell’importanza dello sviluppo, fin da piccoli, di un pensiero critico e analitico, che possa guidare, insieme a quello storico, le scelte politiche dei futuri cittadini del domani.
Immagine «Salva i tuoi figli», un manifesto per la campagna elettorale del 1953, durante la quale la Democrazia Cristiana fece ricorso alla paura fondata sull’espansionismo dell’Unione Sovietica.
Bibliografia
Westen D., La mente politica. Il ruolo delle emozioni nel destino di una nazione, Il Saggiatore, 2008.
Catellani P. e Sensales G., Psicologia della politica, Cortina, 2011.
