"Ogni adulto convive con il bambino che è stato" (Sigmund Freud)

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Di recente il Phubbing è entrato nella ricerca scientifica internazionale e prima ancora nelle case di tutti noi, forse, in ogni rapporto, da quello lavorativo, di coppia e sì quello familiare.

Sarà capitato a tutti noi di essere catturati dalla notifica sul telefono durante una conversazione e aver ignorato il nostro interlocutore! Immaginate un interruttore elettrico on/off continuativo durante una conversazione, che sensazioni ci lascia?

Guardiamo insieme all’impatto del phubbing nel benessere familiare.

Acquisire conoscenza, consapevolezza e i significati di alcuni comportamenti quotidiani può aiutarci a bilanciarli!

Cosa si intende per Phubbing?

Il termine Phubbing nasce dalla fusione di due parole “phone” (telefono) e “snubbing” (snobbare): si riferisce alla ormai comune situazione in cui una persona trascura, ignora e interrompe il flusso della comunicazione con chi ha di fronte, poiché “distratta” dalle notifiche, dalle immagini o da altri contenuti sul proprio smartphone.

I primi studi nascono all’interno del contesto lavorativo, precisamente nelle relazioni tra colleghi, e di coppia, in cui sono stati delineati gli effetti logoranti della qualità relazionale e del benessere psicologico dei singoli.

“Tanto non mi ascolta nessuno!”: adolescenti Phubbing?

Una ricerca condotta dall’Università Bicocca di Milano su 3.000 adolescenti tra i 15 e i 16 anni, ha messo in luce come il parental phubbing, quindi il controllare il telefono e le notifiche in arrivo durante le conversazioni con i figli, induce negli adolescenti sentimenti di isolamento e di “disconnessione emotiva”.

Uno dei dati significativi emersi è il minore coinvolgimento degli adolescenti nelle vicende familiari, la scarsa fiducia nelle figure genitoriali nel raccontarsi e un maggiore rischio di sviluppare social addiction.

E sui bambini?

Un bambino si sentirà respinto dal genitore poiché non è in grado di elaborare cognitivamente la situazione. Le disconnessioni visive ed emotive con il bambino possono portare all’insorgenza di manifestazioni internalizzanti (solitudine, sintomi di ansia) o esternalizzanti (agitazione psicomotoria, comportamenti dirompenti).

Nei bambinoni 1-2 anni la reazione di protesta può essere espressa con il pianto prolungato; nei 3-4 anni potrebbero presentarsi manifestazioni psicosomatiche (mal di pancia, eruzioni cutanee, difficoltà di addormentamento).

Il phubbing può essere acquisito come modello relazionale e comportamentale anche dai più piccoli (ad es. ignorare l’adulto se si ha uno smartphone in mano).

Cosa possiamo fare?

Può capitare a tutti noi di lasciarci distrarre dalle notifiche del cellulare durante una conversazione, ma l’importante è recuperare la focalizzazione emotiva con il nostro interlocutore, che sia un bambino o un adolescente, scusandoci se si sia sentito ignorato e non ascoltato! Ricordiamoci che ad ogni “rottura comunicativa-relazionale ” corrisponde una riparazione!

Proviamo quindi a stabilire delle regole condivise sull’uso dei social e degli smartphone;

Create insieme dei momenti di “social detox” come durante le uscite familiari e durante i pasti.

Siamo noi adulti uno dei modelli relazionali e di comportamento per i più piccoli e non solo!

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Quanto è satura di significati positivi l’affermazione “Andrà tutto bene“, tanto da indurre la sensazione di rifiuto di essi? Certo è che se per un primo periodo durante la pandemia tale slogan ha rappresentato un “aggrappo” per adattarsi ai cambiamenti improvvisi imposti, dall’altro il rimbalzare di contenuti positivi “tossici” è sempre più diffuso sui social.

Basti pensare a quante volte ci siamo sentiti dire:” Dai su, pensa positivo!” oppure ” Guarda solo il lato buono”. E il lato meno buono, il negativo appunto, che destino ha nella nostra psiche?

Partendo dalle definizioni, per positività tossica si intende l’eccessiva generalizzazione di uno stato di felicità e ottimismo, estesi a tutte le situazioni di vita. Dietro tale tendenza si celano meccanismi di distorsione dell’esame di realtà quali la minimizzazione e la scissione affettiva ( o tutto bello, buono, o tutto brutto e cattivo).

Sebbene il promotore della psicologia positiva e degli studi sull’ottimismo, Martin Seligman, abbia illustrato i danni degli stili di pensiero, delle tendenze estreme, alcuni studiosi hanno definito la positività tossica come una propensione alla lettura unilaterale degli eventi, dei pensieri e delle emozioni come un ottimismo esagerato, in cui tutto è roseo e parti della realtà vengono denegate, appunto. Una delle conseguenze più immediate è proprio l’invalidazione dell’esperienza emotiva, autentica vissuta da ognuno di noi.

Immaginate una positività talmente luminosa da divenire accecante: dove ci può condurre?

Nancy McWilliams, psicologa- psicoanalista, nel delineare un meccanismo di difesa, il diniego, parla di Sindrome di Pollyanna in riferimento all’eroina del fortunato romanzo di E. Porter, che supera ogni avversità grazie al suo ottimismo. Esempi di persone per cui il diniego, ovvero l’affrontare esperienze spiacevoli rifiutando di accettare che siano accadute, è una difesa fondamentale sono gli individui tipo Pollyanna, ovvero quelli che insistono sempre che tutto è bello e buono.

La cultura delle “Positive vibes” a tutti i costi induce le persone a tenere dentro di sé i timori, le preoccupazioni e le difficoltà del vivere quotidiano: il timore è quello di discostarsi da una moda dilagante ed apparire vulnerabili agli altri, oltre che ci si priva della condivisione di quella parte di Sè intima, privata, che rimane taciuta, inascoltata.

Le emozioni inespresse si sedimentano nel corpo, e premono per venir fuori sotto forma di sintomi psicosomatici. d’altro canto l’allentare gradualmente il contatto diretto con il nostro sentire potrebbe rendere difficoltosa la comunicazione e la relazione con gli altri: chi vorrebbe avere accanto un jukebox umano che sfoggia frasi positive, senza riuscire a cogliere le nostre emozioni e sintonizzarsi con esse?

Se da una parte tutto ciò può costituire un “rifugio dal negativo“, dall’altro induce alla creazione di caricature di sé stessi, come Pollyanna.

I primi passi sono quelli di provare a stare nelle nostre emozioni e in tutte le loro sfumature, senza giudicare la qualità malevola e/o benevola. Sentire, riconoscere le emozioni consente una maggiore condivisione con le persone che ci circondano.

Al “Dai su, non pensarci… la vita è bella!- proviamo a sostituire il: “Vedo che ti trovi in difficoltà, sono qui per ascoltarti”

Felici a tutti i costi: ma a quale costo?

Positività tossica nei bambini e negli adolescenti -> seguite su Instagram: Psipediatrica

Credits: Ansa

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Le emozioni sono una potente spinta all’azione, soprattutto quelle negative. Ecco perché da sempre la politica ha cavalcato le ansie dei cittadini per ottenere approvazione.

È semplice mostrare il potere della paura in un classico esperimento: proporre a chi acquista un biglietto aereo un’assicurazione contro «la morte per qualsiasi causa». Alcuni, probabilmente, la sottoscriveranno; proponendo una contro «la morte in un attentato terroristico», in media, le persone saranno disposte a spendere di più. Ecco il potere della paura: evocare un’immagine vivida e temuta come quella della morte per Covid-19, del terrorismo o di una catastrofe, fa scattare i meccanismi mentali dell’apprensione, che spingono a scelte diverse, poco ponderate.. 

 Lo stesso vale nello scegliere propagande politiche. Le emozioni sono una potente spinta all’azione, specie quelle negative. Per Gilda Sensales, psicologa politica, i messaggi che evocano minaccia, rabbia o disgusto funzionano meglio di quelli positivi, perché catturano di più l’attenzione. E per motivarci all’azione politica, l’emozione più potente è appunto la paura. 

 Drew Westen, psicologo politico, nel libro: “La mente politica” esamina come i più forti motivatori sono rabbia/odio, paura/ansia, e speranza/entusiasmo, ma la paura è la più forte. Segue la rabbia, che permette di esprimere e tradurre in azione collettiva rimostranze che altrimenti resterebbero malesseri personali. Gli appelli a qualità più “fredde”, come esperienza e competenza, non tengono minimamente il passo con queste emozioni. 

Nell’architettura del nostro cervello il «centro della paura» è l’amigdala, struttura sottocorticale che invia una profusione di connessioni alla neocorteccia, sede dei pensieri più ponderati.

Andrew Huberman, neurobiologo a Stanford: «Il cervello non è fatto per tenerci felici, ma per tenerci vivi». La paura è così potente perché è un’emozione primitiva essenziale per la sopravvivenza, che per salvarci da un presunto pericolo ci spinge a reagire prima ancora di pensare. Perciò è così facile da evocare!

Inoltre vi è un’altra caratteristica: col tempo, mentre i ricordi di un evento si spengono, anche la paura cala, ma resta comunque viva in sottofondo, pronta a riaccendersi al primo segnale sospetto che rievochi lo spavento passato (come, nei mesi dopo un attentato, uno straniero che sembri indossare una cintura esplosiva). 

La retorica politica incendiaria 

Lo sfruttamento politico di questi meccanismi è stato battezzato dallo psicologo e scrittore Daniel Goleman «dirottamento dell’amigdala»: la retorica incendiaria attiva il cervello emotivo, e in particolare l’amigdala, prima che quello razionale possa entrare in gioco. 

Non è questo il solo meccanismo in gioco in politica. Un politico non palesa il pericolo, ma sollecita il timore che qualcuno possa farlo. Solletica cioè la nostra ansia e mette in campo il fenomeno del momento, su cui fa leva molta propaganda di questi anni: l’incertezza,  una «cugina della paura». 

Fermiamoci un attimo: quali sono le paure attuali? Ebbene quelle che pervadono e plasmano l’attuale ciclo politico sono dettate in massima parte proprio dall’incertezza: covid-19, lockdown, sanità, debito pubblico, immigrazione, disoccupazione, terrorismo, difficoltà economiche, criminalità, disordini geopolitici. Sono le paure che più inquietano italiani ed europei secondo numerose inchieste condotte negli ultimi tempi, dall’Eurobarometro al rapporto Eurispes.

Sete informativa ed “effetto travaso”: vivere in una bolla 

Vari altri studi hanno mostrato che oggi siamo più spaventati che in passato e che i livelli di ansia crescono di pari passo con il consumo di news. Appena c’è un disastro iniziamo a ricevere informazioni in tv, notifiche sul cellulare, messaggi sui social, e ci sentiamo falsamente coinvolti, come se ogni evento accadesse qui e ora. Dunque, ancora una volta ci sentiamo vulnerabili in ogni istante a forze che sono fuori dal nostro controllo. 

L’arroccamento sulle proprie convinzioni spiega anche il cosiddetto «effetto travaso»: la paura evocata su un tema si riversa con facilità su altri, perché porta ad aggrapparsi a tutti i valori fondamentali identitari e non solo a quello minacciato. 

Infine, un altro aspetto: mentre la rabbia spinge ad agire d’impulso, il timore induce a informarsi sul problema che inquieta, per capirlo meglio e cercare rassicurazioni. Un comportamento potenzialmente positivo sarebbe quello volto a capire come gestire meglio le questioni e non solo a placare l’angoscia. Secondo Sensales è ampiamente dimostrato che tendiamo a esporci ai messaggi che sentiamo più affini, creando le ben note bolle informative in cui troviamo messaggi in sintonia con quanto già pensiamo, che ci dicono quel che vogliamo sentire, e ci rafforzano nelle convinzioni preesistenti, anziché aiutarci davvero a capire. 

Perché il cambiamento climatico fa meno paura di un attentato?

I meccanismi della paura spiegano anche perché a volte funziona poco. Perché una minaccia grave come il cambiamento climatico non smuove gli animi e i voti? Secondo vari esperti, ciò accade perché ci siamo evoluti per temere le azioni umane, o comunque di un agente che ci attacca, più che gli eventi impersonali, e i pericoli immediati più che quelli in un futuro indeterminato come appare quello climatico (finché una siccità o un’alluvione non ce lo fa sentire imminente). 

Come proteggersi?

In Italia poi il montare della paura viene favorito dalla maggioranza dei media, che  assecondano la sensazione di minaccia ed esasperando il clima. E la psicologia politica mostra che ciò funziona molto bene su chi ha meno strumenti culturali per contestualizzare e ridimensionare questi allarmi, ed è spinto a cer- care una figura forte a cui aggrapparsi.

Ritorna quindi il ruolo forte delle Istituzioni educative e dell’importanza dello sviluppo, fin da piccoli, di un pensiero critico e analitico, che possa guidare, insieme a quello storico, le scelte politiche dei futuri cittadini del domani. 

Immagine «Salva i tuoi figli», un manifesto per la campagna elettorale del 1953, durante la quale la Democrazia Cristiana fece ricorso alla paura fondata sull’espansionismo dell’Unione Sovietica. 

Bibliografia

Westen D., La mente politica. Il ruolo delle emozioni nel destino di una nazione, Il Saggiatore, 2008. 

Catellani P. e Sensales G., Psicologia della politica, Cortina, 2011. 

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