"Ogni adulto convive con il bambino che è stato" (Sigmund Freud)

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Progetto “Go Beyond” – Oltre l’obesità infantile.

Paffuto, grassoccio, corpulento, pingue, panciuto, cicciotto: vi è capitato di utilizzare uno tra questi termini, pensando ad un bambino, un ragazzo, un figlio, un nipote, un conoscente o un paziente con obesità? Probabilmente sì nel tentativo di “alleggerire” il peso che hanno.

Tali parole, forse, sono cariche di significati diversi dall’idea vaneggiante e mistificata del gracile ed energico infante che corre dietro ad un pallone, saltella tra le aiuole del parco e si gode la torta della nonna.

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“Orrifica”: la parola è formata da otto lettere, quattro vocali, quattro consonanti, una doppia di consonanti e contiene, forse, un significato tanto forte quanto annichilente.

Orrificazione personale è il termine utilizzato da psichiatri, da criminologi e da chi si confronta con la cruda realtà del femminicidio: si tratta della condizione in cui il figlio è indotto a personalizzare profondamente l’esperienza come se fosse stata fatta a lui direttamente, in cui può sentirsi colpevole per non essere stato capace di difendere il familiare aggredito (A. Ferraris Oliviero, 2019). Tale groviglio di vissuti fa emergere una profonda vergogna per non essere stato capace di soccorrere la madre, nel momento in cui ne aveva più bisogno. Colpa, vergogna, impotenza possono dominare l’universo emotivo del bambino, dell’adolescente, dei  figli della triste realtà del femminicidio.

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Stai scorrendo la home, la tua mente è piena di immagini. Ti sei chiesto quali ti rimarranno impresse? Quale influenzeranno il tuo umore, la tua giornata?

Sembra retorica, ma veniamo costantemente bombardati da immagini, foto, video, post. La potenza dell’influenza dei selfie, del posting sulle abitudini alimentari in vista dell’estate, sulla silhouette, sull’immagine corporea ha una risonanza estesa, dilagante senza confini, proprio come le piattaforme su cui si spostano le dimensioni relazionali, quali quella con se stessi, con  gli altri, con il proprio corpo, con il cibo.

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“Asha, un anno, indiana, porta legato in vita un cilindretto di metallo che potrebbe interferire con la risonanza magnetica, ma sua madre non ha nessuna intenzione di slegarlo: contiene sangue di capra consacrato. Fatima, bambina Rom di 6 anni, vive in un campo nomadi nella periferia di Roma e si occupa tutti i giorni della sorella di 3 anni e del cugino di 4 anni. Rose ha 21 anni, immigrata del Ghana 2 anni fa e vorrebbe svezzare il figlio Alex con il couscous” (Gesualdo et al., 2012).

Tempo di lettura: circa 10 minuti

Quotidianamente siamo a contatto con la realtà di bambini migranti che trovano sosta nel nostro Paese,  eppure le loro storie rimangono taciute. Storie che si intrecciano in modo continuo, passano in sordina, rimangono inascoltate, non narrate e vissute solo da chi assiste mamme, bambini, adolescenti e uomini che cercano un rifugio, a volte solo un approdo in Italia.

Sono i “bambini Ulisse”, sopravvissuti a viaggi estenuanti, traumatici, faticosi e a volte con una meta diversa da quella sperata, a volte con genitori o figure di riferimento, altre volte non accompagnati (Devi, 2017).

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