"Ogni adulto convive con il bambino che è stato" (Sigmund Freud)

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Dolore, sofferenza, infanzia.

Sembrano parole impensabili, indicibili quando si tratta di bambini. Eppure proprio come noi adulti, i bambini possono portare dentro di sé un dolore, una sofferenza che si manifestano nel quotidiano:
📍Inappetenza e il suo contrario, irascibilità, stanchezza, difficoltà del sonno, inibizione/ ritiro dalle situazioni sociali.
Non si tratta solo di attenzionare l’emergere di un eventuale “sintomo”: ci sono situazioni esterne che possono avere un impatto forte nella psiche dei bambini e sfuggire anche all’occhio attento di un adulto: sia piccole scene con valenza traumatica come il racconto udito di esperienze spiacevoli vissute da altri ( incidenti, malattie), sia eventi che travolgono tutti i familiari come un lutto, un trasferimento repentino, una rottura di un legame sociale.

Ogni singolo caso può creare sofferenza, a tratti muta a tratti espressa attraverso i comportamenti del bambino. In alcuni casi tutto ciò può interferire con lo sviluppo del bambino e destare angosce, sensi di colpa nel genitore.
Eppure cosa fare?
💙Affidarsi ad un professionista della salute mentale infantile, una✨ psicologa pediatrica✨ significa aiutare i genitori ad individuare i tasselli mancanti e i possibili significati della sofferenza che vive il/la proprio/a figlio/a e sostenerli in tale processo!

Cosa posso chiedere alla psicologa pediatrica?

Consulenza online

Si svolge solitamente su Skype in presenza dei due genitori o delle figure di riferimento del minore, al fine di comprendere qual è la richiesta e cosa turba i genitori. Viene svolto un supporto genitoriale attivo e vengono ripercorse le principali tappe di sviluppo del minore, oltre a comprendere la situazione attuale. A volte, può essere circoscritta ad un solo incontro nel caso in cui non emergano situazioni da attenzionare.

Consulenza genitoriale in presenza

Nel caso in cui i genitori abbiano bisogno di un contesto fisico e di incontrare personalmente la psicoterapeuta pediatrica, la consulenza viene svolta con modalità e finalità uguali a quella online.

Valutazione dello sviluppo✨

Se emerge il bisogno di approfondimento della situazione presentata, sarà necessario svolgere incontri di interazione/osservazione/gioco con il/la bambino/a per accogliere e per raccogliere quanti più tasselli possibili per la comprensione della difficoltà attuale. In base ai casi, possono essere necessari incontri in cui si valuterà lo sviluppo (cognitivo, linguistico, emotivo, sociale) del bambino e le eventuali sofferenze/difficoltà/ritardi.

Ogni valutazione ha lo scopo di accogliere il bambino e i suoi genitori, a partire dalle risorse da mettere in campo sia per la comprensione che per la cura e il sostegno necessari.

Incontro di restituzione ed indicazioni operative✨

Si svolge a studio e prevede la presenza dei genitori e del minore al fine di presentare un piano di incontri di supporto psicoterapeutico e/o di interventi mirati su quanto emerso nella fase di valutazione.

” È importante tanto quanto la capacità a ogni fase dello sviluppo, di restituire al bambino il suo dolore, in quanto parte vitale del sé” ( Ogden)

✨Riconoscere, sostenere i genitori ed individuare gli strumenti e le risorse per aiutare i più piccoli ✨


Dott.ssa Irene Marino 
Psicologa Psicoterapeuta Pediatrica
Irene.marino@live.it

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Il rientro dalla pausa estiva per adulti e in alcuni casi anche per i bambini può portare con sé uno stato psichico temporaneo di “mancanza di ciò che è stato vissuto”, come una vacanza, una gita, qualsiasi momento di spensieratezza e di leggerezza.

La malinconia di fine estate è un misto di nostalgia, tristezza, senso di perdita e ritorno alla realtà. E’ un momento di passaggio, di sospensione, che ha la funzione di riportarci a ciò che ci faceva sentire bene, senza poter tornare indietro. Essa tende ad acuirsi con la ripresa lavorativa e delle routine ad esse associate e allo stesso tempo si risolve in modo spontaneo nelle prime settimane.

I bambini ne sono esenti?

Nei bambini può manifestarsi attraverso irritabilità, difficoltà a riprendere la routine quotidiana e in età pre-scolare si possono osservare nei giochi la ripetizione di avvenimenti piacevoli vissuti e la frustrazione per la nuova realtà.  

La malinconia è una creazione forzata di una realtà orientata al bello?

In passato  la malinconia era un’emozione motore dell’arte, per Aristoteleera una malattia indispensabile al poeta; Ippocrate la concepì come un eccesso di bile nera; la psichiatria del secolo scorso trattò la malinconia con salassi, elettroshock e nella tradizione popolare furono applicate tecniche esoteriche e veri e propri esorcismi per scongiurarne la diffusione. 

Una chiave di lettura nuova

La malinconia spinge a ritirarsi in sé stessi, a creare uno spazio per sé. Questo stato d’animo può essere utile quando favorisce l’introspezione e stimola a rivolgere lo sguardo verso il mondo interiore, creando una conoscenza più profonda di se stessi e delle proprie emozioni.

La possibilità, tutta umana, di trasformare la percezione dolorosa in ricerca creativa, di trasformare la mancanza, quel qualcosa che manca e mancherà sempre, in esplorazione della realtà.

Ci sono metodi per eliminare la malinconia? Una modalità per uscire da questa trappola, è, infatti, per Wilson la possibilità di “stare nel mezzo”, accettare i grigi della vita, il dolore delle cose concluse, la nostra finitezza, “sfuggire alle derive scissioniste” per cui non solo la realtà è divisa in bello e brutto, ma anche i momenti piacevoli sono proiettati in un’esistenza senza fine.  

Una delle caratteristiche della malinconia è che si presenta per un periodo limitato di tempo, ma può richiamare l’attenzione clinica se assume connotazioni di pervasività e se incide in modo negativo nella quotidianità della persona, modificandone le abitudini. 

La malinconia settembrina si  differenzia tuttavia da forme più gravi quali il disturbo affettivo stagionale (DAS), descritto nella nuova edizione del DSM-V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) come “Disturbo depressivo maggiore, ricorrente, con andamento stagionale”. Il DAS riguarda episodi depressivi importanti, aventi esordio stagionale (solitamente in autunno e in inverno) e che non siano collegabili ad altri fattori stressanti. Le remissioni sono spontanee e avvengono tipicamente al termine della stagione in cui compare.

E se la malinconia non passa?

E’ importante rivolgersi ad uno psicoterapeuta, soprattutto quando la remissione della malinconia autunnale non avviene in maniera spontanea e rischia di sfociare in episodi depressivi. 

Contro la felicità. Elogio alla malinconia. Eric G. Wilson (2009) Guanda Edizioni, pag 159.

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Durante la vita prenatale, i sistemi sensoriali del feto sono sollecitati da numerosi stimoli, anche sonori, provenienti dall’ambiente che lo circonda, dentro e fuori dall’utero: il più forte è la voce materna che il feto riesce a sentire già dalla sedicesima settimana.

Le ninna nanna sono molto di più di un semplice componimento musicale: sono tesori tramandati da una generazione all’altra, trasmettitori di significati emotivi, sociali e culturali che uniscono grandi e piccini. 

Il ritmo binario che caratterizza tutte le ninne nanne è simile a quello del battito cardiaco, insieme al movimento dondolante del bambino tenuto in braccio, riproduce lo stare nell’utero del feto. La ninna-nanna non è solo parole: la stimolazione tattile-ritmica che accompagna i movimenti della ninna nanna ha nel bambino un effetto calmante e rassicurante. Parlargli, cantare, tenerlo in braccio quando ne sente il bisogno, comunicare con lui sia con il contatto delle mani o il suono della voce, sia con il ritmo di tutto il corpo, significa “nutrirlo di affetto”. Gesti semplici ma che lasceranno un’impronta positiva sulla formazione neuro-comportamentale futura del bambino. 

Per il genitore il canto è uno spazio di intimità, in cui far scorrere le emozioni, la stanchezza e i sentimenti ambivalenti che la genitorialità porta con sé.

Utilizzare le ninna nanne con il bambino durante i primi anni di vita, periodo in cui è forte la plasticità cerebrale, significa promuovere:

  • la futura competenza linguistica,
  • la motricità,
  • le capacità attentive,
  • la memorizzazione
  • la capacità di regolazione emotiva.

La ninna-nanna non è solo parole: la stimolazione tattile-ritmica ha nel bambino un effetto calmante e rassicurante. Parlargli, cantare, tenerlo in braccio quando ne sente il bisogno, comunicare con lui sia con il contatto delle mani o il suono della voce, sia con il ritmo di tutto il corpo, significa nutrirlo di affetto, di emozioni, di calore e di protezione. Gesti semplici, a tratti automatici che creeranno un bagaglio di risorse sullo sviluppo futuro del bambino.

Cantando si gettano anche le basi per la propria identità: pensiamo a quanti di noi si ricordano le ninna nanne? 

Esiste una natura universale delle ninne nanne? La risposta è si!

I ricercatori del laboratorio musicale dell’Università di Harvard, guidati da Constance Bainbridge e Mila Bertolo,  hanno condotto un esperimento su 144 bambini di sette e otto mesi, dimostrando su «Nature Human Behaviour» che i neonati si rilassano quando ascoltano una ninna nanna, anche se sconosciuta, indipendentemente dalla lingua in cui viene cantata. 

Nell’esperimento, ogni bambino doveva guardare un video animato in cui due personaggi con voce simile cantavano a turno una ninna nanna vera e propria e una canzone «non ninna nanna», prodotta per altri scopi. Sono state scelte 16 musiche, selezionate all’interno di una collezione di registrazioni di vario genere, provenienti da tutto il mondo. Le musiche erano originarie di luoghi lontani, come la Polinesia, il Kurdistan e la Micronesia, e rappresentavano lingue non note alle famiglie coinvolte nell’esperimento. 

I risultati hanno rivelato un effetto calmante specifico della musica al di là di ogni potenziale effetto di familiarità. 

Per misurare le risposte fisiologiche dei bambini, i ricercatori ne hanno analizzato la dilatazione della pupilla, i cambiamenti nella frequenza cardiaca, la direzione dello sguardo e la frequenza dei battiti delle palpebre. Dopo una ninna nanna, molti parametri erano modificati: si osservava soprattutto una forte diminuzione della frequenza cardiaca e una ridotta dilatazione pupillare. 

Le ninne nanne condividono quindi universalmente un nucleo di caratteristiche acustiche simili con effetti psicofisiologici, come la lentezza del ritmo e la melodia poco accentuata.

“ Il prototipo di tutto il prendersi cura del bambino è nel tenerlo in braccio!”

Donald Winnicott

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 La scimmia è brutta, la tigre è cattiva e mangia tutta la scimmia aaaaarrghhh”

Quante volte ci è capitato di ascoltare racconti un po’ “crudi e aggressivi” durante il gioco dei più piccoli?

Vi è capitato di intervenire con un:” Ma no! La scimmia è bella e la tigre alla fine è buona?”

Chiariamo insieme i possibili significati?

🎠I bambini dai 2 ai 3 anni con l’acquisizione di maggiori abilità cognitive e linguistiche, arricchiscono la loro “narrazione” durante il gioco con personaggi ( prima animali, poi persone) brutti e cattivi.

Il gioco porta sul palcoscenico il mondo emotivo primitivo di ognuno di noi.

👹I personaggi brutti e cattivi offrono al bambino la possibilità di scindere, di riconoscere gli aspetti buoni/belli da quello meno buoni, anzi bruttissimi.

Quest’ultimi consentono di prendere contatto con alcuni vissuti, conflitti che possono albergare nel loro mondo interno:

🦍La ” scimmia brutta” può personificare la sensazione di non essere all’altezza, di sentirsi diverso,

🐯 la “tigre cattiva” , invece, l’angoscia abbandonica delle figure genitoriali, la rivalità fraterna, l’invidia.

Il brutto e il cattivo non devono essere edulcorati, censurati dal gioco, dai racconti e dal fluire libero delle fantasie dai più piccoli!

D’altronde il mondo è tutto bello/buono o tutto brutto/cattivo?

Prendere contatto attraverso il gioco di quegli aspetti emotivi negativi favorisce lo sviluppo dei processi di integrazione psichica, che permetteranno al bambino di riconoscere come la tigre può essere cattiva e la scimmia brutta e al contempo buona e bella.

Tutto ciò si rifletterà sullo sviluppo del Sé, aiutandolo a creare un’immagine di sé come bambino che può essere affettuoso e gentile e, al contempo, dispettoso e arrogante.

Solo così i bambini inizieranno a sperimentare la possibilità di maneggiare la propria ambivalenza affettiva, fondamentale per l’adulto di domani. 

Possiamo dire quindi…

Evviva anche i brutti e i cattivi!

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Inseguimenti, bare vuote, animali feroci: sono alcune immagini oniriche ricorrenti in questi lunghi mesi. Elementi della vita quotidiana, metafore e paure si intrecciano nei sogni che, secondo le esperienze descritte da molti, durante l’isolamento sono diventati più intensi e, spesso, inquietanti. Dall’inizio della quarantena troviamo in rete i racconti
di sogni bizzarri. Perchè?

Il sonno è il primo ad alterarsi in situazioni stressanti, innescando in un circolo vizioso: un cattivo riposo esaspera gli aspetti negativi a livello psicologico, irritabilità, difficoltà di concentrazione, spossatezza, che non faranno che peggiorare a loro volta la qualità del sonno. Uno studio dell’Università di Padova ha rivelato che «Molti hanno impiegato più tempo ad addormentarsi e sono rimasti più a lungo svegli durante la notte a causa di un sonno frammentato», rivela Nicola Cellini, autore della ricerca pubblicata su «Journal of Sleep Research» e docente di psicofisiologia all’Università di Padova.

A riferire un sonno scadente sono state soprattutto le persone con i livelli maggiori di ansia, depressione e stress, e non solo la minaccia attuale che tuona nelle parole di “nuovo lock-down” incide in maniera significativa. Chi durante il lockdown è stato messo in cassa integrazione, non si è visto rinnovare il contratto o ha dovuto lasciare l’impiego per motivi familiari ha subito le conseguenze più pesanti. Differenze sono state osservate anche tra i sessi: le donne hanno sofferto in misura maggiore, forse per fattori legati alla gestione dei figli e all’impiego.

I mille volti del virus nei sogni

“Mi trovavo in un campo cosparso di occhi. Erano enormi, grandi quanto un’auto o anche di più, e rotolavano nell’erba e nel fango. Insieme a me c’erano molte persone, tutte intente a scappare da queste palle gigantesche, consapevoli che se fossero state toccate si sarebbero ammalate immediatamente”. Si evince l’ansia, il senso di pericolo e la paura che persone da tutto il mondo hanno sperimentato da quando il loro paese è stato infiltrato dal coronavirus. Negli incubi di una donna australiana non è un virus ma un esercito armato che la insegue; un trentenne delle Filippine si trova in coda per un concerto quando all’improvviso si rende conto di rischiare la vita, essendo nel mezzo di un assembramento; una quarantenne dello Stato di Washington non può uscire di casa perché un leone blocca la porta. «Sono aumentate le segnalazioni con protagonisti leoni», annotano gli amministratori del sito idreamofcovid.com, che dall’inizio della pandemia raccoglie i racconti dei sognatori di tutto il mondo. Forse tutti noi conviviamo con «la sensazione di essere limitati e minacciati nelle attività quotidiane da una possente, imprevista e in qualche modo incredibile forza proveniente dall’esterno».

Notti interrotte in uno specchio riflesso  

Luigi De Gennaro, docente di psicobiologia e psicologia fisiologica alla «Sapienza» Università di Roma, è stato tra i primi in Italia a studiare come sonno e attività onirica stessero cambiando a causa dell’isolamento. È possibile che le differenze culturali abbiano mediato l’effetto del lock- down sul sonno, ma in generale appare evidente che il cambiamento degli orari, con uno spostamento in avanti delle lancette della sveglia, e un sonno più frammentato abbiano modificato l’attività onirica. «Svegliarsi più tardi può avere indotto a ricordare meglio i sogni. Il sonno REM infatti è più frequente al mattino, e risvegli più frequenti aumentano il numero di sogni ricordati. 

«La correlazione tra frammentazione del sonno, incremento della frequenza dei sogni e aumento dei sogni a contenuto negativo è molto forte», sostiene De Gennaro. «I sogni negativi sono un sottoprodotto del fatto che si sogna di più».

E le emozioni? La qualità dell’umore, i livelli di stress e le preoccupazioni relative alla pandemia hanno inciso sui sogni. Una parte della popolazione ha manifestato un maggiore coinvolgimento emotivo durante la pandemia. Ha rimuginato di più sulla malattia, era più preoccupata, più stressata, di umore più negativo. Questo ha avuto un riflesso sulla vita notturna.

Per indagare il contenuto dei sogni durante la quarantena, il gruppo che la- vora alla «Sapienza» ha chiesto ai partecipanti di un ulteriore studio di registrare i propri sogni ogni mattina. «Ci vorrà molto tempo per trascrivere e analizzare questi racconti ma a una prima lettura ci sono alcuni sogni con elementi legati al lockdown, come persone inseguite dai carabinieri, ma sono pochi casi, gli altri sono banali», anticipa De Gennaro. 

Sogni in guerra

In passato nessuno ha potuto studiare in maniera sistematica il mondo onirico di un’intera popolazione isolata e minacciata da una pandemia. 

I riferimenti più prossimi, anche se traumatici ed estremi, vengono da alcuni studi condotti in sopravvissuti ai campi di concentramento. Dove però, all’isolamento, si aggiungevano una minaccia continua alla propria sopravvivenza e, spesso, violenze e abusi fisici, sessuali e psicologici.

«Ero a casa e sono andato nella dispensa, dove ho mangiato tutto ciò che potevo vedere. Quindi sono uscito per incontrare mia sorella e un amico
al ristorante, dove abbiamo consumato una cena abbondante, per poi recarci in un altro pub a mangiare. E poi in un altro pub ancora…». Il cibo e il ritorno a casa sono tra gli argomenti più frequenti nei sogni di un gruppo di soldati britannici reclusi nella prigione di Laufen durante la seconda guerra mondiale. Uno di loro, il maggiore Kenneth Hopkins, dottorando in psicologia, chiese ai compagni di raccontargli giorno dopo giorno i loro sogni. Era il 1940 e Hopkins era convinto che la guerra sarebbe presto finita e avrebbe potuto utilizzare il materiale raccolto per redigere la tesi. Morì di enfisema due anni dopo, ancora prigioniero. I suoi resoconti, però, costituiscono un eccezionale reportage onirico raccolto in tempo reale. 

Se da una parte sembra smentita l’esistenza di veri e propri sogni pandemici, le ricerche confermano che per molti la vita notturna durante la quarantena è cambiata 

E se dovesse esserci un nuovo lock-down? Come fare per migliorare il proprio sonno e quindi i propri sogni? 

E’ importante seguire le regole dell’igiene del sonno. Si tratta di semplici comportamenti utili a facilitare l’addormentamento, come coricarsi e svegliarsi alla stessa ora. 

Tra le altre raccomandazioni: non usare il cellulare a letto per leggere notizie; esporsi alla luce solare soprattutto al mattino; evitare di cenare molto tardi e di bere troppo. Bisogna imporsi delle regole e pianificare alcuni momenti per scaricare ansie, paure e incertezze in modo da non portarsi le preoccupazioni a letto.

Il letto è “un santuario”. Non si usa il computer e non si lavora. 

Pensare a qualcosa di positivo prima di addormentarsi può invece aiutare ad accompagnare l’addormentamento e a migliorare il tono dei propri sogni, al pari delle favole raccontate ai bambini o all’orsacchiotto tenuto ben stretto.

Il sogno fornisce una cornice per rielaborare il materiale più significativo delle nostre giornate. I cambiamenti della vita quotidiana vissuti durante il periodo di lockdown si siano riflessi anche sui sogni, popolando il mondo onirico, ma non necessariamente rendendolo più inquietante.

Concedersi uno spazio di ascolto e supporto psicologico in cui poter alleggerire il carico quotidiano, può aiutare a creare “cuscini” su cui poter dormire.

Bibliografia

Cellini N., Mioni G. e Costa S., Changes in Sleep Pattern, Sense of Time and Digital Media Use During Covid-10 Lockdown in Italy, in «Journal of Sleep Research», 2020.

De Gennaro L. e altri, Use of Varenicline in Smokeless Tobacco Cessation Influences Sleep Quality and Dream Recall Frequency but Not Dream Affect, in «Sleep Medicine». 2017.

Tempesta D., Curcio G., De Gennaro L., Ferrara M., Long- Term Impact of Earthquakes on Sleep Quality, in «PLoS One», 2013.

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“Cosa preferisci tra maschio o femmina? ““L’importante è che stia bene”. Quante volte abbiamo posto tale domande a futuri genitori e quante volte ci è capitato di ascoltare la risposta? 

Nello scenario ideale della cultura attuale, l’augurio è che il nascituro sia in buona salute, indipendentemente dal genere, sebbene il futuro genitore avrà dentro di sé fantasie e preferenze.

Nella Gionata Internazionale delle Bambine proviamo ad allargare gli orizzonti culturali, ben oltre l’immagine delle bambine sorridenti e gioiose in un parco giochi. Dal report “The Global Girlhood 2020”  di Save The Children 9 milioni di bambine e ragazze non sono mai andate a scuola. In Africa occidentale e centrale le bambine che frequentano la scuola non superano il 70%, più di 1 su 3 non completa il ciclo di istruzione primaria.

Qual è il loro destino? Sono diversi: dal lavoro minorile alla prostituzione. Ogni anno, inoltre, 12 milioni di ragazze vengono date in sposa prima di compiere i 18 anni di età, spesso con uomini ben più grandi di loro, esposte al rischio di violenza domestica e di gravidanze su corpi non ancora strutturati per reggerle. Aberrante è il dato circa la causa principale di morte nel mondo per le ragazze tra i 15 e i 19 anni: le gravidanze precoci. Gli effetti socio-economici della pandemia di Covid-19 con conseguente impoverimento delle famiglie stanno moltiplicando gli scenari devastanti delle infanzie negate, di bambine non bambine, involucri evanescenti.Nei Paesi più poveri al mondo, a causa della pandemia, 2 ragazze su 3 sono costrette ad occuparsi della casa, dovendo così rinunciare all’opportunità di andare a scuola, apprendere e coltivare capacità e competenze indispensabili per costruirsi un futuro diverso.

Ci sono culture poi dove nascere femmina è una vera e propria disgrazia.

In India

Un proverbio indiano recita che “avere una figlia femmina è come innaffiare il giardino del vicino”: non produce ricchezza, rappresenta un costo, impoverisce. Nel sud del paese la seconda figlia femmina è definita “destinata alla fossa” e, nelle zone rurali, benché proibita per legge fin dalla dominazione inglese, è ancora in vigore la pratica del “sati”, il suicidio della vedova sulla pira funebre del marito: la vedova infatti non ha modo di mantenersi e, qualora abbia diritto ad una pensione, essa rappresenta un costo “inutile”, non produttivo. Gli intrecci economici si stringono con quelli sociali e culturali, soffocando le esistenze.

In Cina

Nell’ampio quadro della riforma dell’economia cinese,  la legge sul figlio unico decretò la morte di milioni di bambine cinesi. Le donne incinte subirono minacce e aborti selettivi, delle bambine che riuscirono a nascere, molte furono vittime di infanticidi, altre vennero vendute come schiave, altre ancora finirono negli orfanotrofi. “Bambine fantasma”, mai registrate all’anagrafe e quindi nell’impossibilità di avere assistenza sanitaria, andare a scuola, ottenere un lavoro regolare. Questo orrore si è perpetrato fino al 2016, anno di abolizione della politica del figlio unico. Rimane un dato: 25 a 40 milioni di bambine inesistenti, morte o scomparse. 

Siamo disposti ad uscire dalla visione idilliaca dell’infanzia occidentale? Conoscere le altre realtà ci mette in contatto con l’orrore che le “storie di infanzie fantasma” che possono evocare. 

Garantire un futuro migliore all’infanzia in tutto il mondo, significa, in primis, riconoscere quelle parti negate: raccontare, diffondere, condividere le loro storie per dare avvio ad un graduale processo di cambiamento e di riconoscimento dei diritti: primo tra tutti quello di essere nel mondo.

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Chi non si è ritrovato in un colloquio di lavoro in ufficio, o in alcuni casi online, con i recruiter dal volto arcigno, presi dai numerosi candidati da valutare? Ebbene un nuovo strumento 2.0 di selezione e valutazione si sta facendo strada nel mondo delle risorse umane e degli assessment center: l’escape room.

Le origini.

Siamo in Giappone nel 2008: Riaru dasshutsu ge, «gioco reale di fuga» così vennero chiamate le prime escape room. Non si trattava ancora di vere e proprie stanze ideate al solo scopo ludico, ma di ambienti frequentati nel quotidiano, come bar e locali di vario tipo, che di volta in volta venivano riadattati per il gioco attraverso l’uso di indizi e oggetti nascosti.

Takao Kato considerato l’ideatore della prima escape room, ha raccontato di essersi ispirato al desiderio che aveva da bambino di poter vivere in prima persona le avventure di libri e manga a cui era affezionato. 

Oltre lo scopo ricreativo.

L’escape room è un’esperienza immersiva di gruppo, strutturata in modo da far emergere personalità e capacità, anche latenti, dei giocatori coinvolti, indipendentemente dal numero dei partecipanti, stimolata dal gioco di squadra, è focalizzata più sul processo che sul risultato.

Maria Paola Gazzetti, psicologa con esperienza di recruiting e sviluppo delle competenze proprio attraverso l’escape room ha affermato: «Questo gioco coinvolge a tal punto i partecipanti nella ricerca del collegamento tra vari enigmi e indizi da far perdere di vista ogni eventuale riferimento a situazioni reali conosciute. Così competenze nell’ambito della decisione, del problem solving, del lavoro di gruppo e dell’organizzazione in generale finiscono per manifestarsi attraverso il comportamento messo in atto dai partecipanti durante il gioco».

Rilevatore di Skills.

L’escape room può rappresentare un valido strumento a disposizione delle risorse umane di un’azienda. Di seguito i principali punti di forza che stanno spingendo sempre più imprese a sfruttare questo mezzo innovativo:

  • consente una rapida valutazione delle competenze manageriali richieste (decisione, problem solving, leadership, organizzazione, lavoro di squadra);
  • facilita l’individuazione delle reali capacità relazionali di una persona;
  • permette un’efficace valutazione della capacità d’ascolto dei soggetti (competenza necessaria al raggiungimento di un obiettivo comune);
  • agevola la verifica della flessibilità comportamentale nei confronti di opinioni diverse;
  • Ha costi contenuti e non necessita di tempi lunghi per vedere i primi risultati.

I Vantaggi.

Il sistema di formazione, di recruiting e valutazione aziendale, può trarre vantaggio da una simulazione al limite come quella delle escape room?

I sistemi di valutazione tradizionali, anche i più sofisticati e moderni (la valutazione della performance, a 360 gradi oppure on line, o ancora la semplice intervista strutturata), essendo sistemi usati dalla maggioranza delle grandi aziende, sono noti ai candidati, e ciò rende più difficile il compito dei valutatori. 

La dimensione ludica abbassa le difese e permette una partecipazione immersiva all’esperienza.

Secondo Gazzetti per assistere a un’inversione di tendenza occorre utilizzare strumenti innovativi, che non siano direttamente riconducibili alla capacità di soluzione di problemi o a dinamiche competitive e l’escape room rappresenta una valida alternativa.

Non a caso la competizione condiziona i comportamenti, rendendo più difficile l’individuazione delle reali competenze di un individuo. La decontestualizzazione e l’approccio del giocatore nel costruirsi una via d’uscita, invece, permettono di valutare abilità individuali e di gruppo utili all’azienda e difficilmente individuabili in un colloquio faccia a faccia.

Il gioco è un utile strumento per sperimentare, identificare e valorizzare le competenze in ambito di problem solving, costruzione del gruppo e leadership. Inoltre la cooperazione è uno degli elementi chiave che consentono di uscire vittoriosi da un’escape room, prima di tutto perché accelera la conquista dell’obiettivo finale, ma anche perché, nella maggior parte dei casi, la cooperazione rappresenta l’unico modo per risolvere determinati enigmi.

Escape room come inversione di tendenza nel recruiting può rappresentare un’innovazione ai confini della fantascienza?

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Sicurezza, banchi monoposto, mascherine, disposizioni ministeriali: parole ridondanti e a tratti assordanti che accompagnano il vivere quotidiano di tutti noi in questi mesi estivi. Parole come Slogan, sono indissolubili nel nostro lessico quotidiano , arricchite da rappresentazioni mentali ed emotive che possono non trovare spazio di discussione, di confronto, di elaborazione. Eppure tutto va e deve andare avanti alla velocità della luce, secondo i dettami del principio di adattamento, così come gli enormi cambiamenti che tutti, bambini, adolescenti, genitori e insegnanti si accingono ad affrontare a poche ore dal rientro a scuola.

Il rischio è creare delle “bolle” nel dettame della piena sicurezza, dell’incertezza e dell’ubiquità di una pandemia globale. Ripararsi da  un trauma collettivo, perché riguarda tutti, in modo indistinto dalla provenienza, dall’età e dal ceto sociale. Una rottura di ciò che era lineare come il primo giorno di scuola, adesso invece diviene una ferita oggettiva e trasversale, ma condivisibile.

Le bambine di una scuola iraniana ritratte in foto, avranno preparato i loro zaini e messo dentro oltre ai quaderni, i colori e le matite, le ansie e i timori, la gioia di rivedere le insegnanti, le compagne di classe e soprattutto la speranza.

Occorre quindi preparare ognuno il proprio zaino emotivo badando a cosa mettere dentro senza renderlo troppo pesante!

Uno Zaino per Mamma e Papà: #fiducia. Sono stati messi a dura prova gli equilibri familiari e ora che si ritorna in classe in presenza si riaffacciano gli dubbi, la rabbia per come saranno gestiti gli ingressi, gli orari, le ansie per gli apprendimenti e per la concreta probabilità di nuove restrizioni. Molti genitori hanno paura di non riuscire a reggere i timori di contagi, l’organizzazione tra esigenze lavorative e familiari. Potrebbe essere di aiuto stabilire una routine pre-scuola attraverso cui trasmettere messaggi coerenti in linea con quelli di dirigenti, insegnanti e personale scolastico e spiegare ai più piccoli che troveranno alcuni cambiamenti strutturali. Confrontarsi e fare team con gli altri genitori e sostenere famiglie e bambini che mostrano particolari difficoltà, potrebbe costruire come piccoli tasselli, la fiducia nell’affrontare insieme questa nuova sfida.

Uno zaino per insegnati e personale scolastico: #darsitempo. Le corse all’organizzazione in DaD, il raggiungere tutti gli studenti senza lasciare nessuno escluso, adeguarsi all’imperativo tecnologico oltre i tempi di apprendimento e di adattamento dei singoli, hanno messo a dura prova gli insegnanti. Eppure saranno lì, all’ingresso: da una parte, un nuovo inizio porta curiosità e voglia di sperimentare; dall’altra, come per tutte le novità,  timore o preoccupazione. Pensare all’anno scolastico come a un viaggio condiviso, con i propri alunni e i propri colleghi, in cui darsi tempo per adattarsi ai cambiamenti è la direzione da seguire. Sicuramente ci saranno sfide e difficoltà, incomprensioni e momenti di tensione. E’ importante valorizzare i risultati e i traguardi raggiunti, le piccole e grandi soddisfazioni e le gioie quotidiane racchiuse in quell’orario scolastico tanto atteso.

Uno zaino per bambini e adolescenti: #contattoemotivo. Il ritorno a scuola non sarà facile, con le limitazioni comportamentali difficili da rispettare soprattutto per i piccoli che dovranno essere guidati attraverso attività di accoglienza e di orientamento con messaggi semplici e in linea con la loro età. Scarsa motivazione, socialità compulsiva, ritiro sociale, difficoltà di concentrazione, irritabilità, potrebbero essere presenti tra i banchi. Si dovrà comprendere in pieno e intervenire senza vedere solo gli aspetti patologici, cogliendo i bisogni emotivi e le difficoltà che esprimono di bambini e degli adolescenti. Tutto ciò dovrebbe rientrare nella programmazione scolastica: garantire il contatto emotivo, attraverso spazi e modi per ricostruire un significato condiviso sull’esperienza del lockdown, sulle nuove sfide della ripresa.

Non resta che appoggiare gli zaini al tavolo della Speranza, quel sentimento di aspettazione fiduciosa nella realizzazione, presente o futura, di quanto si desidera. Cari genitori, insegnati, bambini adolescenti e cari tutti noi, forse stiamo desiderando in modo comune!

Condividendo emozioni e pensieri si riuscirà a dare un senso all’esperienza passata e presente, si troverà ancora il modo per spiegarla ai più piccoli, i quali sapranno trovare lo spazio per confrontarsi con i più grandi.

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a cura di Dr.ssa Eleonora Poduti, Irene Marino, Prof. Gianni Biondi in S.I.P.Ped (Società Italiana di Psicologia Pediatrica)

Summary

In this precise historical period, due to the COVID-19 epidemic, families have encountered great difficulties in maintaining order and the rules preceding forced confinement.Adolescence is a phase of transition not only for the boy, but for the whole extended family system, which is called to put in place all its adaptive and change abilities.In particular, in adolescents, initially there was a tendency to overturn family schedules and commitments in a sort of confusion caused by adaptation to new living conditions. The boys had to deal with the new remote teaching method, largely unknown, which generated difficulties in interacting and being interested in a situation devoid of the typical school dynamics, made of sociality, exchanges, fantasies and transgressions.The need to socialize converged in an exaggerated use of social and video games, initially in the form of real & quot; marathons & quot. However, as the days went by, they no longer appeared so fun and rewarding, due to the inevitable repetitiveness of the communication tool used. The boys have increasingly reported boredom and the lack of originality determined by a surrogate sociality.It was decided to collect the comments of the boys and their stories with the intention of contributing, together with parents and pediatricians, to observe the quarantine also from their pointed view.

Introduzione

In questo preciso periodo storico, a causa dell’epidemia da COVID-19, nelle famiglie si sono riscontrate grandi difficoltà a mantenere l’ordine e le regole precedenti la reclusione forzata.L’adolescenza è una fase di passaggio non solo per il ragazzo, ma per tutto il sistema familiare allargato, che è chiamato a mettere in campo tutte le proprie capacità adattive e di cambiamento.In particolare, negli adolescenti, inizialmente si è osservata una tendenza a ribaltare gli orari e gli impegni familiari in una sorta di confusione da adattamento alle nuove condizioni di vita. I ragazzi si sono dovuti confrontare con la nuova modalità didattica a distanza, in gran parte sconosciuta, che ha generato difficoltà nell’interagire e interessarsi ad una situazione priva delle tipiche dinamiche scolastiche, fatte di socialità, scambi, fantasie e trasgressioni.Il bisogno di socializzare è confluito in un uso esagerato dei social e dei videogiochi, inizialmente sotto forma di vere e proprie “maratone”. Tuttavia, con il passare dei giorni, non sono più apparsi così divertenti e appaganti, a causa dell’inevitabile ripetitività dello strumento di comunicazione utilizzato. I ragazzi hanno sempre più riferito la noia e la mancanza di un’originalità determinata da una socialità surrogata. Si è deciso di raccogliere i commenti dei ragazzi e le loro storie con l’intenzione di contribuire, insieme a genitori e pediatri, a osservare la quarantena anche dal loro punto di vista. I nomi di seguito presentati sono prodotti di fantasia degli autori.

Autonomia e indipendenza emotiva

J., 17 anni: “Ho bisogno di avere vicino i miei familiari e non voglio che escano tanto, potrebbero beccarsi il virus!

In alcune situazioni la fase 2 ha fatto emergere l’attivazione di angosce di separazione e abbandoniche. È il caso di J. che manifesta uno stato di malessere dovuto nell’immaginario alla ripresa e alle possibilità di uscire da casa, laddove il pericolo – coronavirus – è fuori, è esterno e viene vissuto come una minaccia rivolta a sé, a tutti i familiari e alle persone care. Il percorso verso l’autonomia dalle figure genitoriali e parentali ha subito uno stop, è emersa una regressione allo stato di dipendenza, di ricerca di contatto prossimale e angoscia di contagio. Le sue strategie attivano un processo di evitamento: J. ha interrotto le attività che le davano parvenza di continuità e di un graduale riavvio, come le lezioni online e le attività ricreative condivise con gli amici. L’isolamento potrebbe aumentare un senso di solitudine e le paure. 

  L., 15 anni: “Quando finisce la quarantena, i miei non mi vedono più!

Una reazione di eccessivo controllo della famiglia, pur avendo lo scopo di proteggere il figlio da esperienze negative, rischia di attivare comportamenti di distanza e di ribellione da parte del ragazzo. È possibile dunque che si inneschi un circolo vizioso di incomprensioni reciproche caratterizzato da dinamiche di controllo e opposizione. Se queste dinamiche erano già presenti nella relazione familiare, si è osservato un loro acuirsi. Risulta necessario spezzare il circolo: se i genitori si motivano nel mantenere un clima non conflittuale, è possibile che gli adolescenti condividerebbero le loro preoccupazioni. In alcuni casi possono emergere le preoccupazioni relative alla situazione economica familiare, alla futura condizione lavorativa dei genitori e al contributo che l’adolescente potrebbe dare.

Il gruppo dei pari: dissolvenza o spostamento nel virtuale?

F. 15 anni: “Andavo a scuola anche per i miei amici e mai avrei pensato di non uscire con loro per tutto questo tempo” 

J., 18 anni: “Ora, con la fase 2, io e i miei amici ci siamo visti una sera al bar, ma dovevamo stare divisi in più tavoli e lontani tra noi, così non ha senso!”

Per F., come per molti adolescenti italiani, la dimensione fisica, contenitiva ed espressiva del gruppo è fondamentale per la condivisione di una cultura gruppale, per la creazione di ruoli, di una rete di relazioni e soprattutto di un’identità ingroup (“sono simile a loro”) e outgroup (“i miei amici sono migliori di”) che durante il lockdown non ha trovato una collocazione sia sul piano spaziale (parco, pizzeria, palestra, pub) che temporale (pomeriggio, sera, weekend). Nella fase 2 la possibilità di ritrovare il gruppo di amici si scontra con la frustrazione del tollerare le misure di distanziamento sociale e con la conferma che la situazione è cambiata, come ben risuonano le parole di J. Aiutarli a dare valore positivo “all’attesa” arricchendola di progettualità è un obiettivo evolutivo per gli adolescenti.

G., 16 anni: “I miei amici mi vorranno quando ci rincontreremo?

La velocità dei cambiamenti che l’adolescente ha dovuto affrontare potrebbe aver prodotto un effetto confusivo rispetto alle naturali difficoltà del raggiungimento di un proprio processo identitario e affettivo. Gli effetti di questa confusione possono presentarsi come persistenza all’isolamento: il ragazzo ha paura di uscire di casa, si chiude in camera e nel mondo “a distanza” che in questi mesi si è dovuto costruire. Altri adolescenti potrebbero comportarsi in maniera rischiosa: i bisogni compressi per così tanto tempo, potrebbero esplodere e il ragazzo pretenderà di uscire di casa molto spesso, ostentando un senso di competizione con le dovute precauzioni igieniche (mascherina, guanti e distanza sociale).In questo caso, di fondamentale importanza è stata la prevenzione dalla disinformazione che ha coinvolto genitori e pediatri, finalizzata allo sviluppo di un adeguato esame di realtà e di responsabilizzazione.Il timore dei genitori rispetto al rischio di promiscuità dei giovani in queste nuove fasi dell’emergenza è sicuramente presente e comprensibile. Contenere le proprie preoccupazioni, favorirebbe la comprensione e il contenimento delle paure dei ragazzi. È necessario tenere a mente che l’adolescente non è un adulto: non bisogna avere fretta, ma accompagnarlo nel suo processo di crescita rispettando i suoi tempi, bisogni e fantasie.

Noia, abulia, sbalzi di umore 

P., 16 anni: “Alla fine ti annoi, e il divertimento lo trovo giocando online o guardando serie tv ma dopo un po’ non ti va più

La noia aumenta la frustrazione rispetto alle norme che del post quarantena e la sperimentazione di attività che vanno “oltre i limiti”, sebbene questo è un dato che non rimane confinato ai nostri adolescenti, come i notiziari ci aggiornano. Il rischio evidente è che questa spinta evolutiva nel trasgredire trovi ulteriore collocazione nel virtuale. Internet ha assunto estrema importanza all’interno di uno straordinario contesto di vita per quanto riguarda la comunicazione e la socializzazione tra pari. Alcuni applicativi hanno rappresentato un importante strumento per la ricerca e l’esplorazione identitaria e le possibilità auto-espressive. Il rifugio nel web per gran parte della giornata o, più spesso durante le ore notturne, potrebbe destare preoccupazione nella misura in cui l’adolescente appaia ritirato, annoiato, con sbalzi di umore. Gaming (giochi virtuali) ed esposizione al cyber-sex sono i rischi in cui gli adolescenti sembrano incorrere più frequentemente.

Sperimentazione di sé e futuro

M., 12 anni: “Dovevo andare in vacanza studio e fare le gare di ginnastica artistica. Adesso mi ritrovo chiusa in casa e non so quando potrò riprendere i miei piani”Dalle parole di M. si evince la piena sperimentazione di sé e la voglia di competitività sana. È emblematico che si è trovata a dover fronteggiare uno stop forzato ai suoi progetti e la difficoltà a tollerare la frustrazione che ne è derivata. È necessario rispettare le “fantasie” adolescenziali, che possono prevedere un istantaneo ritorno alla normalità e alle relazioni paritarie pre-covid, mentre si accompagna il giovane a pianificare il proprio periodo post-covid con un complesso quanto necessario esame delle realtà e senso di responsabilità.

Pediatri e Genitori: alcuni criteri per rispondere ai bisogni degli adolescenti in post-lockdown

  • Parola d’ordine: restituire loro la progettualità perduta. È necessario creare spazi di condivisione attraverso cui l’adolescente possa gradualmente riprendere la pensabilitàdei progetti precedenti la quarantena: viaggi studio, attività sportiva, vacanze, feste di compleanno. Aiutarli a costruire una “road map” in cui tracciare i loro obiettivi, le mete da esplorare, le attività da condurre potrebbe dare vita ad un percorso rassicurante di fiducia e motivazione. 
  • Sostenere la socialità all’aria aperta: la riapertura dei parchi, la possibilità di incontrare nuovamente amici, conoscenti, compagni di scuola e il via libera alle attività sportive consente ai ragazzi di riprendere la possibilità di sperimentare e socializzare. Il confronto con il gruppo dei pari era essenziale prima e oggi forse ancor di più: sostenerlo e motivarlo porterebbe ad un miglioramento del clima e della relazione familiare, oltre che al benessere del ragazzo. 
  • Le risorse del web: suggerire ai nostri adolescenti (individualmente e in gruppo) di raccontare e ri-narrare la loro quarantena, attraverso le risorse che il web e i social offrono, permette loro di guardare in maniera creativa e benefica le risorse mobilitate per far fronte ad un evento storico unico che ha accomunato tutti.
  • Nessuna fretta: È importante rispettare i tempi per un individuale ri-adattamento alla nuova condizione sociale, che mette alla prova grandi e piccoli. Aiutiamoci e aiutiamo i nostri adolescenti ad orientarsi gradualmente verso un futuro prossimo, tollerando l’incertezza e i timori legati alla ripresa. Il processo di riadattamento non si può realizzare se non coinvolge il sistema familiare e, in termini più ampi, l’intera società. 
1 Commento

1…2…3. Nei tre secondi appena trascorsi una persona nel mondo è costretta a lasciare la propria casa, per guerra, carestia, fame, persecuzioni religiose o etniche.  L’hashtag #Stayhome non vale per tutti.

Nel 2019 sono 79,5 milioni sono i rifugiati nel mondo: oltre 12 milioni sono i minori stando ai dati dell’Alto Commissariamento delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Numeri da incubo.

Cosa possiamo fare? Poco o molto, è iniziare a parlarne, dare lo spazio e luogo di raccontare le loro storie a partire dai più piccoli e nelle scuole utilizzando i cartoon, in cui tutti cerchiamo di scrivere un possibile lieto fine. I minori rifugiati devono a trovare spazio  anche nelle nostre menti, dando loro esistenza negata. I video di UNICEF sono esempi di storie da ascoltare e raccontare.

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