"Ogni adulto convive con il bambino che è stato" (Sigmund Freud)

Articoli scritti da: irenemarinopsy

Chi non si è ritrovato in un colloquio di lavoro in ufficio, o in alcuni casi online, con i recruiter dal volto arcigno, presi dai numerosi candidati da valutare? Ebbene un nuovo strumento 2.0 di selezione e valutazione si sta facendo strada nel mondo delle risorse umane e degli assessment center: l’escape room.

Le origini.

Siamo in Giappone nel 2008: Riaru dasshutsu ge, «gioco reale di fuga» così vennero chiamate le prime escape room. Non si trattava ancora di vere e proprie stanze ideate al solo scopo ludico, ma di ambienti frequentati nel quotidiano, come bar e locali di vario tipo, che di volta in volta venivano riadattati per il gioco attraverso l’uso di indizi e oggetti nascosti.

Takao Kato considerato l’ideatore della prima escape room, ha raccontato di essersi ispirato al desiderio che aveva da bambino di poter vivere in prima persona le avventure di libri e manga a cui era affezionato. 

Oltre lo scopo ricreativo.

L’escape room è un’esperienza immersiva di gruppo, strutturata in modo da far emergere personalità e capacità, anche latenti, dei giocatori coinvolti, indipendentemente dal numero dei partecipanti, stimolata dal gioco di squadra, è focalizzata più sul processo che sul risultato.

Maria Paola Gazzetti, psicologa con esperienza di recruiting e sviluppo delle competenze proprio attraverso l’escape room ha affermato: «Questo gioco coinvolge a tal punto i partecipanti nella ricerca del collegamento tra vari enigmi e indizi da far perdere di vista ogni eventuale riferimento a situazioni reali conosciute. Così competenze nell’ambito della decisione, del problem solving, del lavoro di gruppo e dell’organizzazione in generale finiscono per manifestarsi attraverso il comportamento messo in atto dai partecipanti durante il gioco».

Rilevatore di Skills.

L’escape room può rappresentare un valido strumento a disposizione delle risorse umane di un’azienda. Di seguito i principali punti di forza che stanno spingendo sempre più imprese a sfruttare questo mezzo innovativo:

  • consente una rapida valutazione delle competenze manageriali richieste (decisione, problem solving, leadership, organizzazione, lavoro di squadra);
  • facilita l’individuazione delle reali capacità relazionali di una persona;
  • permette un’efficace valutazione della capacità d’ascolto dei soggetti (competenza necessaria al raggiungimento di un obiettivo comune);
  • agevola la verifica della flessibilità comportamentale nei confronti di opinioni diverse;
  • Ha costi contenuti e non necessita di tempi lunghi per vedere i primi risultati.

I Vantaggi.

Il sistema di formazione, di recruiting e valutazione aziendale, può trarre vantaggio da una simulazione al limite come quella delle escape room?

I sistemi di valutazione tradizionali, anche i più sofisticati e moderni (la valutazione della performance, a 360 gradi oppure on line, o ancora la semplice intervista strutturata), essendo sistemi usati dalla maggioranza delle grandi aziende, sono noti ai candidati, e ciò rende più difficile il compito dei valutatori. 

La dimensione ludica abbassa le difese e permette una partecipazione immersiva all’esperienza.

Secondo Gazzetti per assistere a un’inversione di tendenza occorre utilizzare strumenti innovativi, che non siano direttamente riconducibili alla capacità di soluzione di problemi o a dinamiche competitive e l’escape room rappresenta una valida alternativa.

Non a caso la competizione condiziona i comportamenti, rendendo più difficile l’individuazione delle reali competenze di un individuo. La decontestualizzazione e l’approccio del giocatore nel costruirsi una via d’uscita, invece, permettono di valutare abilità individuali e di gruppo utili all’azienda e difficilmente individuabili in un colloquio faccia a faccia.

Il gioco è un utile strumento per sperimentare, identificare e valorizzare le competenze in ambito di problem solving, costruzione del gruppo e leadership. Inoltre la cooperazione è uno degli elementi chiave che consentono di uscire vittoriosi da un’escape room, prima di tutto perché accelera la conquista dell’obiettivo finale, ma anche perché, nella maggior parte dei casi, la cooperazione rappresenta l’unico modo per risolvere determinati enigmi.

Escape room come inversione di tendenza nel recruiting può rappresentare un’innovazione ai confini della fantascienza?

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Sicurezza, banchi monoposto, mascherine, disposizioni ministeriali: parole ridondanti e a tratti assordanti che accompagnano il vivere quotidiano di tutti noi in questi mesi estivi. Parole come Slogan, sono indissolubili nel nostro lessico quotidiano , arricchite da rappresentazioni mentali ed emotive che possono non trovare spazio di discussione, di confronto, di elaborazione. Eppure tutto va e deve andare avanti alla velocità della luce, secondo i dettami del principio di adattamento, così come gli enormi cambiamenti che tutti, bambini, adolescenti, genitori e insegnanti si accingono ad affrontare a poche ore dal rientro a scuola.

Il rischio è creare delle “bolle” nel dettame della piena sicurezza, dell’incertezza e dell’ubiquità di una pandemia globale. Ripararsi da  un trauma collettivo, perché riguarda tutti, in modo indistinto dalla provenienza, dall’età e dal ceto sociale. Una rottura di ciò che era lineare come il primo giorno di scuola, adesso invece diviene una ferita oggettiva e trasversale, ma condivisibile.

Le bambine di una scuola iraniana ritratte in foto, avranno preparato i loro zaini e messo dentro oltre ai quaderni, i colori e le matite, le ansie e i timori, la gioia di rivedere le insegnanti, le compagne di classe e soprattutto la speranza.

Occorre quindi preparare ognuno il proprio zaino emotivo badando a cosa mettere dentro senza renderlo troppo pesante!

Uno Zaino per Mamma e Papà: #fiducia. Sono stati messi a dura prova gli equilibri familiari e ora che si ritorna in classe in presenza si riaffacciano gli dubbi, la rabbia per come saranno gestiti gli ingressi, gli orari, le ansie per gli apprendimenti e per la concreta probabilità di nuove restrizioni. Molti genitori hanno paura di non riuscire a reggere i timori di contagi, l’organizzazione tra esigenze lavorative e familiari. Potrebbe essere di aiuto stabilire una routine pre-scuola attraverso cui trasmettere messaggi coerenti in linea con quelli di dirigenti, insegnanti e personale scolastico e spiegare ai più piccoli che troveranno alcuni cambiamenti strutturali. Confrontarsi e fare team con gli altri genitori e sostenere famiglie e bambini che mostrano particolari difficoltà, potrebbe costruire come piccoli tasselli, la fiducia nell’affrontare insieme questa nuova sfida.

Uno zaino per insegnati e personale scolastico: #darsitempo. Le corse all’organizzazione in DaD, il raggiungere tutti gli studenti senza lasciare nessuno escluso, adeguarsi all’imperativo tecnologico oltre i tempi di apprendimento e di adattamento dei singoli, hanno messo a dura prova gli insegnanti. Eppure saranno lì, all’ingresso: da una parte, un nuovo inizio porta curiosità e voglia di sperimentare; dall’altra, come per tutte le novità,  timore o preoccupazione. Pensare all’anno scolastico come a un viaggio condiviso, con i propri alunni e i propri colleghi, in cui darsi tempo per adattarsi ai cambiamenti è la direzione da seguire. Sicuramente ci saranno sfide e difficoltà, incomprensioni e momenti di tensione. E’ importante valorizzare i risultati e i traguardi raggiunti, le piccole e grandi soddisfazioni e le gioie quotidiane racchiuse in quell’orario scolastico tanto atteso.

Uno zaino per bambini e adolescenti: #contattoemotivo. Il ritorno a scuola non sarà facile, con le limitazioni comportamentali difficili da rispettare soprattutto per i piccoli che dovranno essere guidati attraverso attività di accoglienza e di orientamento con messaggi semplici e in linea con la loro età. Scarsa motivazione, socialità compulsiva, ritiro sociale, difficoltà di concentrazione, irritabilità, potrebbero essere presenti tra i banchi. Si dovrà comprendere in pieno e intervenire senza vedere solo gli aspetti patologici, cogliendo i bisogni emotivi e le difficoltà che esprimono di bambini e degli adolescenti. Tutto ciò dovrebbe rientrare nella programmazione scolastica: garantire il contatto emotivo, attraverso spazi e modi per ricostruire un significato condiviso sull’esperienza del lockdown, sulle nuove sfide della ripresa.

Non resta che appoggiare gli zaini al tavolo della Speranza, quel sentimento di aspettazione fiduciosa nella realizzazione, presente o futura, di quanto si desidera. Cari genitori, insegnati, bambini adolescenti e cari tutti noi, forse stiamo desiderando in modo comune!

Condividendo emozioni e pensieri si riuscirà a dare un senso all’esperienza passata e presente, si troverà ancora il modo per spiegarla ai più piccoli, i quali sapranno trovare lo spazio per confrontarsi con i più grandi.

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a cura di Dr.ssa Eleonora Poduti, Irene Marino, Prof. Gianni Biondi in S.I.P.Ped (Società Italiana di Psicologia Pediatrica)

Summary

In this precise historical period, due to the COVID-19 epidemic, families have encountered great difficulties in maintaining order and the rules preceding forced confinement.Adolescence is a phase of transition not only for the boy, but for the whole extended family system, which is called to put in place all its adaptive and change abilities.In particular, in adolescents, initially there was a tendency to overturn family schedules and commitments in a sort of confusion caused by adaptation to new living conditions. The boys had to deal with the new remote teaching method, largely unknown, which generated difficulties in interacting and being interested in a situation devoid of the typical school dynamics, made of sociality, exchanges, fantasies and transgressions.The need to socialize converged in an exaggerated use of social and video games, initially in the form of real & quot; marathons & quot. However, as the days went by, they no longer appeared so fun and rewarding, due to the inevitable repetitiveness of the communication tool used. The boys have increasingly reported boredom and the lack of originality determined by a surrogate sociality.It was decided to collect the comments of the boys and their stories with the intention of contributing, together with parents and pediatricians, to observe the quarantine also from their pointed view.

Introduzione

In questo preciso periodo storico, a causa dell’epidemia da COVID-19, nelle famiglie si sono riscontrate grandi difficoltà a mantenere l’ordine e le regole precedenti la reclusione forzata.L’adolescenza è una fase di passaggio non solo per il ragazzo, ma per tutto il sistema familiare allargato, che è chiamato a mettere in campo tutte le proprie capacità adattive e di cambiamento.In particolare, negli adolescenti, inizialmente si è osservata una tendenza a ribaltare gli orari e gli impegni familiari in una sorta di confusione da adattamento alle nuove condizioni di vita. I ragazzi si sono dovuti confrontare con la nuova modalità didattica a distanza, in gran parte sconosciuta, che ha generato difficoltà nell’interagire e interessarsi ad una situazione priva delle tipiche dinamiche scolastiche, fatte di socialità, scambi, fantasie e trasgressioni.Il bisogno di socializzare è confluito in un uso esagerato dei social e dei videogiochi, inizialmente sotto forma di vere e proprie “maratone”. Tuttavia, con il passare dei giorni, non sono più apparsi così divertenti e appaganti, a causa dell’inevitabile ripetitività dello strumento di comunicazione utilizzato. I ragazzi hanno sempre più riferito la noia e la mancanza di un’originalità determinata da una socialità surrogata. Si è deciso di raccogliere i commenti dei ragazzi e le loro storie con l’intenzione di contribuire, insieme a genitori e pediatri, a osservare la quarantena anche dal loro punto di vista. I nomi di seguito presentati sono prodotti di fantasia degli autori.

Autonomia e indipendenza emotiva

J., 17 anni: “Ho bisogno di avere vicino i miei familiari e non voglio che escano tanto, potrebbero beccarsi il virus!

In alcune situazioni la fase 2 ha fatto emergere l’attivazione di angosce di separazione e abbandoniche. È il caso di J. che manifesta uno stato di malessere dovuto nell’immaginario alla ripresa e alle possibilità di uscire da casa, laddove il pericolo – coronavirus – è fuori, è esterno e viene vissuto come una minaccia rivolta a sé, a tutti i familiari e alle persone care. Il percorso verso l’autonomia dalle figure genitoriali e parentali ha subito uno stop, è emersa una regressione allo stato di dipendenza, di ricerca di contatto prossimale e angoscia di contagio. Le sue strategie attivano un processo di evitamento: J. ha interrotto le attività che le davano parvenza di continuità e di un graduale riavvio, come le lezioni online e le attività ricreative condivise con gli amici. L’isolamento potrebbe aumentare un senso di solitudine e le paure. 

  L., 15 anni: “Quando finisce la quarantena, i miei non mi vedono più!

Una reazione di eccessivo controllo della famiglia, pur avendo lo scopo di proteggere il figlio da esperienze negative, rischia di attivare comportamenti di distanza e di ribellione da parte del ragazzo. È possibile dunque che si inneschi un circolo vizioso di incomprensioni reciproche caratterizzato da dinamiche di controllo e opposizione. Se queste dinamiche erano già presenti nella relazione familiare, si è osservato un loro acuirsi. Risulta necessario spezzare il circolo: se i genitori si motivano nel mantenere un clima non conflittuale, è possibile che gli adolescenti condividerebbero le loro preoccupazioni. In alcuni casi possono emergere le preoccupazioni relative alla situazione economica familiare, alla futura condizione lavorativa dei genitori e al contributo che l’adolescente potrebbe dare.

Il gruppo dei pari: dissolvenza o spostamento nel virtuale?

F. 15 anni: “Andavo a scuola anche per i miei amici e mai avrei pensato di non uscire con loro per tutto questo tempo” 

J., 18 anni: “Ora, con la fase 2, io e i miei amici ci siamo visti una sera al bar, ma dovevamo stare divisi in più tavoli e lontani tra noi, così non ha senso!”

Per F., come per molti adolescenti italiani, la dimensione fisica, contenitiva ed espressiva del gruppo è fondamentale per la condivisione di una cultura gruppale, per la creazione di ruoli, di una rete di relazioni e soprattutto di un’identità ingroup (“sono simile a loro”) e outgroup (“i miei amici sono migliori di”) che durante il lockdown non ha trovato una collocazione sia sul piano spaziale (parco, pizzeria, palestra, pub) che temporale (pomeriggio, sera, weekend). Nella fase 2 la possibilità di ritrovare il gruppo di amici si scontra con la frustrazione del tollerare le misure di distanziamento sociale e con la conferma che la situazione è cambiata, come ben risuonano le parole di J. Aiutarli a dare valore positivo “all’attesa” arricchendola di progettualità è un obiettivo evolutivo per gli adolescenti.

G., 16 anni: “I miei amici mi vorranno quando ci rincontreremo?

La velocità dei cambiamenti che l’adolescente ha dovuto affrontare potrebbe aver prodotto un effetto confusivo rispetto alle naturali difficoltà del raggiungimento di un proprio processo identitario e affettivo. Gli effetti di questa confusione possono presentarsi come persistenza all’isolamento: il ragazzo ha paura di uscire di casa, si chiude in camera e nel mondo “a distanza” che in questi mesi si è dovuto costruire. Altri adolescenti potrebbero comportarsi in maniera rischiosa: i bisogni compressi per così tanto tempo, potrebbero esplodere e il ragazzo pretenderà di uscire di casa molto spesso, ostentando un senso di competizione con le dovute precauzioni igieniche (mascherina, guanti e distanza sociale).In questo caso, di fondamentale importanza è stata la prevenzione dalla disinformazione che ha coinvolto genitori e pediatri, finalizzata allo sviluppo di un adeguato esame di realtà e di responsabilizzazione.Il timore dei genitori rispetto al rischio di promiscuità dei giovani in queste nuove fasi dell’emergenza è sicuramente presente e comprensibile. Contenere le proprie preoccupazioni, favorirebbe la comprensione e il contenimento delle paure dei ragazzi. È necessario tenere a mente che l’adolescente non è un adulto: non bisogna avere fretta, ma accompagnarlo nel suo processo di crescita rispettando i suoi tempi, bisogni e fantasie.

Noia, abulia, sbalzi di umore 

P., 16 anni: “Alla fine ti annoi, e il divertimento lo trovo giocando online o guardando serie tv ma dopo un po’ non ti va più

La noia aumenta la frustrazione rispetto alle norme che del post quarantena e la sperimentazione di attività che vanno “oltre i limiti”, sebbene questo è un dato che non rimane confinato ai nostri adolescenti, come i notiziari ci aggiornano. Il rischio evidente è che questa spinta evolutiva nel trasgredire trovi ulteriore collocazione nel virtuale. Internet ha assunto estrema importanza all’interno di uno straordinario contesto di vita per quanto riguarda la comunicazione e la socializzazione tra pari. Alcuni applicativi hanno rappresentato un importante strumento per la ricerca e l’esplorazione identitaria e le possibilità auto-espressive. Il rifugio nel web per gran parte della giornata o, più spesso durante le ore notturne, potrebbe destare preoccupazione nella misura in cui l’adolescente appaia ritirato, annoiato, con sbalzi di umore. Gaming (giochi virtuali) ed esposizione al cyber-sex sono i rischi in cui gli adolescenti sembrano incorrere più frequentemente.

Sperimentazione di sé e futuro

M., 12 anni: “Dovevo andare in vacanza studio e fare le gare di ginnastica artistica. Adesso mi ritrovo chiusa in casa e non so quando potrò riprendere i miei piani”Dalle parole di M. si evince la piena sperimentazione di sé e la voglia di competitività sana. È emblematico che si è trovata a dover fronteggiare uno stop forzato ai suoi progetti e la difficoltà a tollerare la frustrazione che ne è derivata. È necessario rispettare le “fantasie” adolescenziali, che possono prevedere un istantaneo ritorno alla normalità e alle relazioni paritarie pre-covid, mentre si accompagna il giovane a pianificare il proprio periodo post-covid con un complesso quanto necessario esame delle realtà e senso di responsabilità.

Pediatri e Genitori: alcuni criteri per rispondere ai bisogni degli adolescenti in post-lockdown

  • Parola d’ordine: restituire loro la progettualità perduta. È necessario creare spazi di condivisione attraverso cui l’adolescente possa gradualmente riprendere la pensabilitàdei progetti precedenti la quarantena: viaggi studio, attività sportiva, vacanze, feste di compleanno. Aiutarli a costruire una “road map” in cui tracciare i loro obiettivi, le mete da esplorare, le attività da condurre potrebbe dare vita ad un percorso rassicurante di fiducia e motivazione. 
  • Sostenere la socialità all’aria aperta: la riapertura dei parchi, la possibilità di incontrare nuovamente amici, conoscenti, compagni di scuola e il via libera alle attività sportive consente ai ragazzi di riprendere la possibilità di sperimentare e socializzare. Il confronto con il gruppo dei pari era essenziale prima e oggi forse ancor di più: sostenerlo e motivarlo porterebbe ad un miglioramento del clima e della relazione familiare, oltre che al benessere del ragazzo. 
  • Le risorse del web: suggerire ai nostri adolescenti (individualmente e in gruppo) di raccontare e ri-narrare la loro quarantena, attraverso le risorse che il web e i social offrono, permette loro di guardare in maniera creativa e benefica le risorse mobilitate per far fronte ad un evento storico unico che ha accomunato tutti.
  • Nessuna fretta: È importante rispettare i tempi per un individuale ri-adattamento alla nuova condizione sociale, che mette alla prova grandi e piccoli. Aiutiamoci e aiutiamo i nostri adolescenti ad orientarsi gradualmente verso un futuro prossimo, tollerando l’incertezza e i timori legati alla ripresa. Il processo di riadattamento non si può realizzare se non coinvolge il sistema familiare e, in termini più ampi, l’intera società. 
1 Commento

1…2…3. Nei tre secondi appena trascorsi una persona nel mondo è costretta a lasciare la propria casa, per guerra, carestia, fame, persecuzioni religiose o etniche.  L’hashtag #Stayhome non vale per tutti.

Nel 2019 sono 79,5 milioni sono i rifugiati nel mondo: oltre 12 milioni sono i minori stando ai dati dell’Alto Commissariamento delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Numeri da incubo.

Cosa possiamo fare? Poco o molto, è iniziare a parlarne, dare lo spazio e luogo di raccontare le loro storie a partire dai più piccoli e nelle scuole utilizzando i cartoon, in cui tutti cerchiamo di scrivere un possibile lieto fine. I minori rifugiati devono a trovare spazio  anche nelle nostre menti, dando loro esistenza negata. I video di UNICEF sono esempi di storie da ascoltare e raccontare.

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Progetto “Go Beyond” – Oltre l’obesità infantile.

Paffuto, grassoccio, corpulento, pingue, panciuto, cicciotto: vi è capitato di utilizzare uno tra questi termini, pensando ad un bambino, un ragazzo, un figlio, un nipote, un conoscente o un paziente con obesità? Probabilmente sì nel tentativo di “alleggerire” il peso che hanno.

Tali parole, forse, sono cariche di significati diversi dall’idea vaneggiante e mistificata del gracile ed energico infante che corre dietro ad un pallone, saltella tra le aiuole del parco e si gode la torta della nonna.

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“Orrifica”: la parola è formata da otto lettere, quattro vocali, quattro consonanti, una doppia di consonanti e contiene, forse, un significato tanto forte quanto annichilente.

Orrificazione personale è il termine utilizzato da psichiatri, da criminologi e da chi si confronta con la cruda realtà del femminicidio: si tratta della condizione in cui il figlio è indotto a personalizzare profondamente l’esperienza come se fosse stata fatta a lui direttamente, in cui può sentirsi colpevole per non essere stato capace di difendere il familiare aggredito (A. Ferraris Oliviero, 2019). Tale groviglio di vissuti fa emergere una profonda vergogna per non essere stato capace di soccorrere la madre, nel momento in cui ne aveva più bisogno. Colpa, vergogna, impotenza possono dominare l’universo emotivo del bambino, dell’adolescente, dei  figli della triste realtà del femminicidio.

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Stai scorrendo la home, la tua mente è piena di immagini. Ti sei chiesto quali ti rimarranno impresse? Quale influenzeranno il tuo umore, la tua giornata?

Sembra retorica, ma veniamo costantemente bombardati da immagini, foto, video, post. La potenza dell’influenza dei selfie, del posting sulle abitudini alimentari in vista dell’estate, sulla silhouette, sull’immagine corporea ha una risonanza estesa, dilagante senza confini, proprio come le piattaforme su cui si spostano le dimensioni relazionali, quali quella con se stessi, con  gli altri, con il proprio corpo, con il cibo.

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“Asha, un anno, indiana, porta legato in vita un cilindretto di metallo che potrebbe interferire con la risonanza magnetica, ma sua madre non ha nessuna intenzione di slegarlo: contiene sangue di capra consacrato. Fatima, bambina Rom di 6 anni, vive in un campo nomadi nella periferia di Roma e si occupa tutti i giorni della sorella di 3 anni e del cugino di 4 anni. Rose ha 21 anni, immigrata del Ghana 2 anni fa e vorrebbe svezzare il figlio Alex con il couscous” (Gesualdo et al., 2012).

Tempo di lettura: circa 10 minuti

Quotidianamente siamo a contatto con la realtà di bambini migranti che trovano sosta nel nostro Paese,  eppure le loro storie rimangono taciute. Storie che si intrecciano in modo continuo, passano in sordina, rimangono inascoltate, non narrate e vissute solo da chi assiste mamme, bambini, adolescenti e uomini che cercano un rifugio, a volte solo un approdo in Italia.

Sono i “bambini Ulisse”, sopravvissuti a viaggi estenuanti, traumatici, faticosi e a volte con una meta diversa da quella sperata, a volte con genitori o figure di riferimento, altre volte non accompagnati (Devi, 2017).

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