"Ogni adulto convive con il bambino che è stato" (Sigmund Freud)

Articoli scritti da: irenemarinopsy

Dolore, sofferenza, infanzia.

Sembrano parole impensabili, indicibili quando si tratta di bambini. Eppure proprio come noi adulti, i bambini possono portare dentro di sé un dolore, una sofferenza che si manifestano nel quotidiano:
📍Inappetenza e il suo contrario, irascibilità, stanchezza, difficoltà del sonno, inibizione/ ritiro dalle situazioni sociali.
Non si tratta solo di attenzionare l’emergere di un eventuale “sintomo”: ci sono situazioni esterne che possono avere un impatto forte nella psiche dei bambini e sfuggire anche all’occhio attento di un adulto: sia piccole scene con valenza traumatica come il racconto udito di esperienze spiacevoli vissute da altri ( incidenti, malattie), sia eventi che travolgono tutti i familiari come un lutto, un trasferimento repentino, una rottura di un legame sociale.

Ogni singolo caso può creare sofferenza, a tratti muta a tratti espressa attraverso i comportamenti del bambino. In alcuni casi tutto ciò può interferire con lo sviluppo del bambino e destare angosce, sensi di colpa nel genitore.
Eppure cosa fare?
💙Affidarsi ad un professionista della salute mentale infantile, una✨ psicologa pediatrica✨ significa aiutare i genitori ad individuare i tasselli mancanti e i possibili significati della sofferenza che vive il/la proprio/a figlio/a e sostenerli in tale processo!

Cosa posso chiedere alla psicologa pediatrica?

Consulenza online

Si svolge solitamente su Skype in presenza dei due genitori o delle figure di riferimento del minore, al fine di comprendere qual è la richiesta e cosa turba i genitori. Viene svolto un supporto genitoriale attivo e vengono ripercorse le principali tappe di sviluppo del minore, oltre a comprendere la situazione attuale. A volte, può essere circoscritta ad un solo incontro nel caso in cui non emergano situazioni da attenzionare.

Consulenza genitoriale in presenza

Nel caso in cui i genitori abbiano bisogno di un contesto fisico e di incontrare personalmente la psicoterapeuta pediatrica, la consulenza viene svolta con modalità e finalità uguali a quella online.

Valutazione dello sviluppo✨

Se emerge il bisogno di approfondimento della situazione presentata, sarà necessario svolgere incontri di interazione/osservazione/gioco con il/la bambino/a per accogliere e per raccogliere quanti più tasselli possibili per la comprensione della difficoltà attuale. In base ai casi, possono essere necessari incontri in cui si valuterà lo sviluppo (cognitivo, linguistico, emotivo, sociale) del bambino e le eventuali sofferenze/difficoltà/ritardi.

Ogni valutazione ha lo scopo di accogliere il bambino e i suoi genitori, a partire dalle risorse da mettere in campo sia per la comprensione che per la cura e il sostegno necessari.

Incontro di restituzione ed indicazioni operative✨

Si svolge a studio e prevede la presenza dei genitori e del minore al fine di presentare un piano di incontri di supporto psicoterapeutico e/o di interventi mirati su quanto emerso nella fase di valutazione.

” È importante tanto quanto la capacità a ogni fase dello sviluppo, di restituire al bambino il suo dolore, in quanto parte vitale del sé” ( Ogden)

✨Riconoscere, sostenere i genitori ed individuare gli strumenti e le risorse per aiutare i più piccoli ✨


Dott.ssa Irene Marino 
Psicologa Psicoterapeuta Pediatrica
Irene.marino@live.it

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Il rientro dalla pausa estiva per adulti e in alcuni casi anche per i bambini può portare con sé uno stato psichico temporaneo di “mancanza di ciò che è stato vissuto”, come una vacanza, una gita, qualsiasi momento di spensieratezza e di leggerezza.

La malinconia di fine estate è un misto di nostalgia, tristezza, senso di perdita e ritorno alla realtà. E’ un momento di passaggio, di sospensione, che ha la funzione di riportarci a ciò che ci faceva sentire bene, senza poter tornare indietro. Essa tende ad acuirsi con la ripresa lavorativa e delle routine ad esse associate e allo stesso tempo si risolve in modo spontaneo nelle prime settimane.

I bambini ne sono esenti?

Nei bambini può manifestarsi attraverso irritabilità, difficoltà a riprendere la routine quotidiana e in età pre-scolare si possono osservare nei giochi la ripetizione di avvenimenti piacevoli vissuti e la frustrazione per la nuova realtà.  

La malinconia è una creazione forzata di una realtà orientata al bello?

In passato  la malinconia era un’emozione motore dell’arte, per Aristoteleera una malattia indispensabile al poeta; Ippocrate la concepì come un eccesso di bile nera; la psichiatria del secolo scorso trattò la malinconia con salassi, elettroshock e nella tradizione popolare furono applicate tecniche esoteriche e veri e propri esorcismi per scongiurarne la diffusione. 

Una chiave di lettura nuova

La malinconia spinge a ritirarsi in sé stessi, a creare uno spazio per sé. Questo stato d’animo può essere utile quando favorisce l’introspezione e stimola a rivolgere lo sguardo verso il mondo interiore, creando una conoscenza più profonda di se stessi e delle proprie emozioni.

La possibilità, tutta umana, di trasformare la percezione dolorosa in ricerca creativa, di trasformare la mancanza, quel qualcosa che manca e mancherà sempre, in esplorazione della realtà.

Ci sono metodi per eliminare la malinconia? Una modalità per uscire da questa trappola, è, infatti, per Wilson la possibilità di “stare nel mezzo”, accettare i grigi della vita, il dolore delle cose concluse, la nostra finitezza, “sfuggire alle derive scissioniste” per cui non solo la realtà è divisa in bello e brutto, ma anche i momenti piacevoli sono proiettati in un’esistenza senza fine.  

Una delle caratteristiche della malinconia è che si presenta per un periodo limitato di tempo, ma può richiamare l’attenzione clinica se assume connotazioni di pervasività e se incide in modo negativo nella quotidianità della persona, modificandone le abitudini. 

La malinconia settembrina si  differenzia tuttavia da forme più gravi quali il disturbo affettivo stagionale (DAS), descritto nella nuova edizione del DSM-V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) come “Disturbo depressivo maggiore, ricorrente, con andamento stagionale”. Il DAS riguarda episodi depressivi importanti, aventi esordio stagionale (solitamente in autunno e in inverno) e che non siano collegabili ad altri fattori stressanti. Le remissioni sono spontanee e avvengono tipicamente al termine della stagione in cui compare.

E se la malinconia non passa?

E’ importante rivolgersi ad uno psicoterapeuta, soprattutto quando la remissione della malinconia autunnale non avviene in maniera spontanea e rischia di sfociare in episodi depressivi. 

Contro la felicità. Elogio alla malinconia. Eric G. Wilson (2009) Guanda Edizioni, pag 159.

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Durante la vita prenatale, i sistemi sensoriali del feto sono sollecitati da numerosi stimoli, anche sonori, provenienti dall’ambiente che lo circonda, dentro e fuori dall’utero: il più forte è la voce materna che il feto riesce a sentire già dalla sedicesima settimana.

Le ninna nanna sono molto di più di un semplice componimento musicale: sono tesori tramandati da una generazione all’altra, trasmettitori di significati emotivi, sociali e culturali che uniscono grandi e piccini. 

Il ritmo binario che caratterizza tutte le ninne nanne è simile a quello del battito cardiaco, insieme al movimento dondolante del bambino tenuto in braccio, riproduce lo stare nell’utero del feto. La ninna-nanna non è solo parole: la stimolazione tattile-ritmica che accompagna i movimenti della ninna nanna ha nel bambino un effetto calmante e rassicurante. Parlargli, cantare, tenerlo in braccio quando ne sente il bisogno, comunicare con lui sia con il contatto delle mani o il suono della voce, sia con il ritmo di tutto il corpo, significa “nutrirlo di affetto”. Gesti semplici ma che lasceranno un’impronta positiva sulla formazione neuro-comportamentale futura del bambino. 

Per il genitore il canto è uno spazio di intimità, in cui far scorrere le emozioni, la stanchezza e i sentimenti ambivalenti che la genitorialità porta con sé.

Utilizzare le ninna nanne con il bambino durante i primi anni di vita, periodo in cui è forte la plasticità cerebrale, significa promuovere:

  • la futura competenza linguistica,
  • la motricità,
  • le capacità attentive,
  • la memorizzazione
  • la capacità di regolazione emotiva.

La ninna-nanna non è solo parole: la stimolazione tattile-ritmica ha nel bambino un effetto calmante e rassicurante. Parlargli, cantare, tenerlo in braccio quando ne sente il bisogno, comunicare con lui sia con il contatto delle mani o il suono della voce, sia con il ritmo di tutto il corpo, significa nutrirlo di affetto, di emozioni, di calore e di protezione. Gesti semplici, a tratti automatici che creeranno un bagaglio di risorse sullo sviluppo futuro del bambino.

Cantando si gettano anche le basi per la propria identità: pensiamo a quanti di noi si ricordano le ninna nanne? 

Esiste una natura universale delle ninne nanne? La risposta è si!

I ricercatori del laboratorio musicale dell’Università di Harvard, guidati da Constance Bainbridge e Mila Bertolo,  hanno condotto un esperimento su 144 bambini di sette e otto mesi, dimostrando su «Nature Human Behaviour» che i neonati si rilassano quando ascoltano una ninna nanna, anche se sconosciuta, indipendentemente dalla lingua in cui viene cantata. 

Nell’esperimento, ogni bambino doveva guardare un video animato in cui due personaggi con voce simile cantavano a turno una ninna nanna vera e propria e una canzone «non ninna nanna», prodotta per altri scopi. Sono state scelte 16 musiche, selezionate all’interno di una collezione di registrazioni di vario genere, provenienti da tutto il mondo. Le musiche erano originarie di luoghi lontani, come la Polinesia, il Kurdistan e la Micronesia, e rappresentavano lingue non note alle famiglie coinvolte nell’esperimento. 

I risultati hanno rivelato un effetto calmante specifico della musica al di là di ogni potenziale effetto di familiarità. 

Per misurare le risposte fisiologiche dei bambini, i ricercatori ne hanno analizzato la dilatazione della pupilla, i cambiamenti nella frequenza cardiaca, la direzione dello sguardo e la frequenza dei battiti delle palpebre. Dopo una ninna nanna, molti parametri erano modificati: si osservava soprattutto una forte diminuzione della frequenza cardiaca e una ridotta dilatazione pupillare. 

Le ninne nanne condividono quindi universalmente un nucleo di caratteristiche acustiche simili con effetti psicofisiologici, come la lentezza del ritmo e la melodia poco accentuata.

“ Il prototipo di tutto il prendersi cura del bambino è nel tenerlo in braccio!”

Donald Winnicott

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 La scimmia è brutta, la tigre è cattiva e mangia tutta la scimmia aaaaarrghhh”

Quante volte ci è capitato di ascoltare racconti un po’ “crudi e aggressivi” durante il gioco dei più piccoli?

Vi è capitato di intervenire con un:” Ma no! La scimmia è bella e la tigre alla fine è buona?”

Chiariamo insieme i possibili significati?

🎠I bambini dai 2 ai 3 anni con l’acquisizione di maggiori abilità cognitive e linguistiche, arricchiscono la loro “narrazione” durante il gioco con personaggi ( prima animali, poi persone) brutti e cattivi.

Il gioco porta sul palcoscenico il mondo emotivo primitivo di ognuno di noi.

👹I personaggi brutti e cattivi offrono al bambino la possibilità di scindere, di riconoscere gli aspetti buoni/belli da quello meno buoni, anzi bruttissimi.

Quest’ultimi consentono di prendere contatto con alcuni vissuti, conflitti che possono albergare nel loro mondo interno:

🦍La ” scimmia brutta” può personificare la sensazione di non essere all’altezza, di sentirsi diverso,

🐯 la “tigre cattiva” , invece, l’angoscia abbandonica delle figure genitoriali, la rivalità fraterna, l’invidia.

Il brutto e il cattivo non devono essere edulcorati, censurati dal gioco, dai racconti e dal fluire libero delle fantasie dai più piccoli!

D’altronde il mondo è tutto bello/buono o tutto brutto/cattivo?

Prendere contatto attraverso il gioco di quegli aspetti emotivi negativi favorisce lo sviluppo dei processi di integrazione psichica, che permetteranno al bambino di riconoscere come la tigre può essere cattiva e la scimmia brutta e al contempo buona e bella.

Tutto ciò si rifletterà sullo sviluppo del Sé, aiutandolo a creare un’immagine di sé come bambino che può essere affettuoso e gentile e, al contempo, dispettoso e arrogante.

Solo così i bambini inizieranno a sperimentare la possibilità di maneggiare la propria ambivalenza affettiva, fondamentale per l’adulto di domani. 

Possiamo dire quindi…

Evviva anche i brutti e i cattivi!

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Di recente il Phubbing è entrato nella ricerca scientifica internazionale e prima ancora nelle case di tutti noi, forse, in ogni rapporto, da quello lavorativo, di coppia e sì quello familiare.

Sarà capitato a tutti noi di essere catturati dalla notifica sul telefono durante una conversazione e aver ignorato il nostro interlocutore! Immaginate un interruttore elettrico on/off continuativo durante una conversazione, che sensazioni ci lascia?

Guardiamo insieme all’impatto del phubbing nel benessere familiare.

Acquisire conoscenza, consapevolezza e i significati di alcuni comportamenti quotidiani può aiutarci a bilanciarli!

Cosa si intende per Phubbing?

Il termine Phubbing nasce dalla fusione di due parole “phone” (telefono) e “snubbing” (snobbare): si riferisce alla ormai comune situazione in cui una persona trascura, ignora e interrompe il flusso della comunicazione con chi ha di fronte, poiché “distratta” dalle notifiche, dalle immagini o da altri contenuti sul proprio smartphone.

I primi studi nascono all’interno del contesto lavorativo, precisamente nelle relazioni tra colleghi, e di coppia, in cui sono stati delineati gli effetti logoranti della qualità relazionale e del benessere psicologico dei singoli.

“Tanto non mi ascolta nessuno!”: adolescenti Phubbing?

Una ricerca condotta dall’Università Bicocca di Milano su 3.000 adolescenti tra i 15 e i 16 anni, ha messo in luce come il parental phubbing, quindi il controllare il telefono e le notifiche in arrivo durante le conversazioni con i figli, induce negli adolescenti sentimenti di isolamento e di “disconnessione emotiva”.

Uno dei dati significativi emersi è il minore coinvolgimento degli adolescenti nelle vicende familiari, la scarsa fiducia nelle figure genitoriali nel raccontarsi e un maggiore rischio di sviluppare social addiction.

E sui bambini?

Un bambino si sentirà respinto dal genitore poiché non è in grado di elaborare cognitivamente la situazione. Le disconnessioni visive ed emotive con il bambino possono portare all’insorgenza di manifestazioni internalizzanti (solitudine, sintomi di ansia) o esternalizzanti (agitazione psicomotoria, comportamenti dirompenti).

Nei bambinoni 1-2 anni la reazione di protesta può essere espressa con il pianto prolungato; nei 3-4 anni potrebbero presentarsi manifestazioni psicosomatiche (mal di pancia, eruzioni cutanee, difficoltà di addormentamento).

Il phubbing può essere acquisito come modello relazionale e comportamentale anche dai più piccoli (ad es. ignorare l’adulto se si ha uno smartphone in mano).

Cosa possiamo fare?

Può capitare a tutti noi di lasciarci distrarre dalle notifiche del cellulare durante una conversazione, ma l’importante è recuperare la focalizzazione emotiva con il nostro interlocutore, che sia un bambino o un adolescente, scusandoci se si sia sentito ignorato e non ascoltato! Ricordiamoci che ad ogni “rottura comunicativa-relazionale ” corrisponde una riparazione!

Proviamo quindi a stabilire delle regole condivise sull’uso dei social e degli smartphone;

Create insieme dei momenti di “social detox” come durante le uscite familiari e durante i pasti.

Siamo noi adulti uno dei modelli relazionali e di comportamento per i più piccoli e non solo!

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Quanto è satura di significati positivi l’affermazione “Andrà tutto bene“, tanto da indurre la sensazione di rifiuto di essi? Certo è che se per un primo periodo durante la pandemia tale slogan ha rappresentato un “aggrappo” per adattarsi ai cambiamenti improvvisi imposti, dall’altro il rimbalzare di contenuti positivi “tossici” è sempre più diffuso sui social.

Basti pensare a quante volte ci siamo sentiti dire:” Dai su, pensa positivo!” oppure ” Guarda solo il lato buono”. E il lato meno buono, il negativo appunto, che destino ha nella nostra psiche?

Partendo dalle definizioni, per positività tossica si intende l’eccessiva generalizzazione di uno stato di felicità e ottimismo, estesi a tutte le situazioni di vita. Dietro tale tendenza si celano meccanismi di distorsione dell’esame di realtà quali la minimizzazione e la scissione affettiva ( o tutto bello, buono, o tutto brutto e cattivo).

Sebbene il promotore della psicologia positiva e degli studi sull’ottimismo, Martin Seligman, abbia illustrato i danni degli stili di pensiero, delle tendenze estreme, alcuni studiosi hanno definito la positività tossica come una propensione alla lettura unilaterale degli eventi, dei pensieri e delle emozioni come un ottimismo esagerato, in cui tutto è roseo e parti della realtà vengono denegate, appunto. Una delle conseguenze più immediate è proprio l’invalidazione dell’esperienza emotiva, autentica vissuta da ognuno di noi.

Immaginate una positività talmente luminosa da divenire accecante: dove ci può condurre?

Nancy McWilliams, psicologa- psicoanalista, nel delineare un meccanismo di difesa, il diniego, parla di Sindrome di Pollyanna in riferimento all’eroina del fortunato romanzo di E. Porter, che supera ogni avversità grazie al suo ottimismo. Esempi di persone per cui il diniego, ovvero l’affrontare esperienze spiacevoli rifiutando di accettare che siano accadute, è una difesa fondamentale sono gli individui tipo Pollyanna, ovvero quelli che insistono sempre che tutto è bello e buono.

La cultura delle “Positive vibes” a tutti i costi induce le persone a tenere dentro di sé i timori, le preoccupazioni e le difficoltà del vivere quotidiano: il timore è quello di discostarsi da una moda dilagante ed apparire vulnerabili agli altri, oltre che ci si priva della condivisione di quella parte di Sè intima, privata, che rimane taciuta, inascoltata.

Le emozioni inespresse si sedimentano nel corpo, e premono per venir fuori sotto forma di sintomi psicosomatici. d’altro canto l’allentare gradualmente il contatto diretto con il nostro sentire potrebbe rendere difficoltosa la comunicazione e la relazione con gli altri: chi vorrebbe avere accanto un jukebox umano che sfoggia frasi positive, senza riuscire a cogliere le nostre emozioni e sintonizzarsi con esse?

Se da una parte tutto ciò può costituire un “rifugio dal negativo“, dall’altro induce alla creazione di caricature di sé stessi, come Pollyanna.

I primi passi sono quelli di provare a stare nelle nostre emozioni e in tutte le loro sfumature, senza giudicare la qualità malevola e/o benevola. Sentire, riconoscere le emozioni consente una maggiore condivisione con le persone che ci circondano.

Al “Dai su, non pensarci… la vita è bella!- proviamo a sostituire il: “Vedo che ti trovi in difficoltà, sono qui per ascoltarti”

Felici a tutti i costi: ma a quale costo?

Positività tossica nei bambini e negli adolescenti -> seguite su Instagram: Psipediatrica

Credits: Ansa

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Quante volte è capitato di ascoltare la soluzione magica ad un problema durante i giochi dei più piccoli ed averne invidiato la leggerezza? 

Proprio grazie allo scambio relazionale che i figli richiedono, essere genitori può diventare un impegnativo, ma anche proficuo, momento di trasformazione e di crescita psicologica, dove la necessità di intendersi e coordinarsi – ma anche gli errori che si fanno – possono indurre ad ampliare i propri orizzonti. 

Questo non significa che i figli siano un mezzo per risolvere i problemi di coppia. Fare un figlio per salvare un’unione in crisi può rivelarsi una scelta fallimentare, anche se qualche volta, l’impegno richiesto per allevare un bambino può indurre i due neo genitori a scoprire aspetti imprevisti della personalità del partner e a trovare una solidarietà su basi differenti. 

L’attenzione dei genitori, prima centrata sulle loro esigenze e incomprensioni, ora si polarizza sul figlio. Con le sue necessità e la sua spontaneità, un bimbo piccolo può trasmettere energia vitale ai propri genitori e obbligarli a un cambio di rotta. 

Non si richiede a un genitore di essere perfetto bensì che sia  «sufficientemente buono» come direbbe il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott, capace cioè di rivedere le proprie insufficienze e i propri errori nel momento in cui il confronto/conflitto con il figlio li pone in evidenza. 

Un atteggiamento aperto aiuta entrambi: 

i genitori imparano a rinegoziare il proprio rapporto con i figli e i figli imparano, attraverso l’esempio dei genitori, che non si finisce mai di imparare e che ci si può correggere e rinnovare. 

Ci sono aspetti in cui i figli – con la loro innata schiettezza, con le modalità dirette di esprimersi e di agire – possono aiutare i genitori a leggere il mondo attraverso un’ottica diversa da quella a cui sono ormai assuefatti da molto tempo:
– la sensibilità e la meraviglia con cui i bambini guardano alle cose nuove per loro, che ancora non conoscono o a cui non sono abituati, aiuta gli adulti a non dare niente per scontato e ad apprezzare aspetti della vita a cui, per una serie di routine quotidiane consolidate, hanno smesso di prestare attenzione; 

  • la capacità dei bambini di vivere il momento presente in modo globale e non critico,  rende i genitori nuovamente capaci di stare nell’esperienza in modo completo insieme a loro; 
  • la rapidità con cui colgono aspetti  nuovi di ciò che li circonda – come la tecnologia, l’informatica o la musica – fa sì che gli adulti, vivendo loro accanto ed entrando in sintonia con le loro curiosità, il loro sentire e i loro entusiasmi, scoprano aspetti dell’esperienza a cui, per abitudine, per fretta o per impazienza, non sono più indotti a prestare attenzione. 

Nel rapporto quotidiano con i bambini, gli adulti hanno l’opportunità di rivedere oppure di aggiornare la propria prospettiva, di dare inizio a un circolo virtuoso che stimolerà figli, alunni e nipoti attraverso una reciprocità positiva, ad avere un atteggiamento di apertura nei confronti di se stessi e del mondo che li circonda. 

Non sempre gli adulti riescono a compiere questo percorso, a volte perché troppo aderenti nelle loro convinzioni e troppo intransigenti nei loro atteggiamenti, altre volte perché temono di perdere autorità e di non riuscire così a educare i figli – non considerando che l’educazione è facilitata, non ostacolata, dal clima di empatia e di reciproca comprensione che si instaura tra grandi e piccoli. 

È più facile accompagnare i figli verso l’età adulta se c’è un sentire comune, al di là delle normali divergenze o dei conflitti che possono insorgere nella quotidianità tra persone di diversa età ed esperienza, che si trovano a condividere tempi e spazi, a valutare responsabilità e doveri, a perseguire obiettivi a volte comuni e altre volte individuali. 

I bambini e i ragazzi si muovono con una disinvoltura superiore a quella dei loro genitori, ciò non significa  che non necessitino di una guida, ma cogliere e accogliere i significati nuovi, il più delle volte “colorati” che il mondo degli adulti tende ad ingrigire.

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Le emozioni sono una potente spinta all’azione, soprattutto quelle negative. Ecco perché da sempre la politica ha cavalcato le ansie dei cittadini per ottenere approvazione.

È semplice mostrare il potere della paura in un classico esperimento: proporre a chi acquista un biglietto aereo un’assicurazione contro «la morte per qualsiasi causa». Alcuni, probabilmente, la sottoscriveranno; proponendo una contro «la morte in un attentato terroristico», in media, le persone saranno disposte a spendere di più. Ecco il potere della paura: evocare un’immagine vivida e temuta come quella della morte per Covid-19, del terrorismo o di una catastrofe, fa scattare i meccanismi mentali dell’apprensione, che spingono a scelte diverse, poco ponderate.. 

 Lo stesso vale nello scegliere propagande politiche. Le emozioni sono una potente spinta all’azione, specie quelle negative. Per Gilda Sensales, psicologa politica, i messaggi che evocano minaccia, rabbia o disgusto funzionano meglio di quelli positivi, perché catturano di più l’attenzione. E per motivarci all’azione politica, l’emozione più potente è appunto la paura. 

 Drew Westen, psicologo politico, nel libro: “La mente politica” esamina come i più forti motivatori sono rabbia/odio, paura/ansia, e speranza/entusiasmo, ma la paura è la più forte. Segue la rabbia, che permette di esprimere e tradurre in azione collettiva rimostranze che altrimenti resterebbero malesseri personali. Gli appelli a qualità più “fredde”, come esperienza e competenza, non tengono minimamente il passo con queste emozioni. 

Nell’architettura del nostro cervello il «centro della paura» è l’amigdala, struttura sottocorticale che invia una profusione di connessioni alla neocorteccia, sede dei pensieri più ponderati.

Andrew Huberman, neurobiologo a Stanford: «Il cervello non è fatto per tenerci felici, ma per tenerci vivi». La paura è così potente perché è un’emozione primitiva essenziale per la sopravvivenza, che per salvarci da un presunto pericolo ci spinge a reagire prima ancora di pensare. Perciò è così facile da evocare!

Inoltre vi è un’altra caratteristica: col tempo, mentre i ricordi di un evento si spengono, anche la paura cala, ma resta comunque viva in sottofondo, pronta a riaccendersi al primo segnale sospetto che rievochi lo spavento passato (come, nei mesi dopo un attentato, uno straniero che sembri indossare una cintura esplosiva). 

La retorica politica incendiaria 

Lo sfruttamento politico di questi meccanismi è stato battezzato dallo psicologo e scrittore Daniel Goleman «dirottamento dell’amigdala»: la retorica incendiaria attiva il cervello emotivo, e in particolare l’amigdala, prima che quello razionale possa entrare in gioco. 

Non è questo il solo meccanismo in gioco in politica. Un politico non palesa il pericolo, ma sollecita il timore che qualcuno possa farlo. Solletica cioè la nostra ansia e mette in campo il fenomeno del momento, su cui fa leva molta propaganda di questi anni: l’incertezza,  una «cugina della paura». 

Fermiamoci un attimo: quali sono le paure attuali? Ebbene quelle che pervadono e plasmano l’attuale ciclo politico sono dettate in massima parte proprio dall’incertezza: covid-19, lockdown, sanità, debito pubblico, immigrazione, disoccupazione, terrorismo, difficoltà economiche, criminalità, disordini geopolitici. Sono le paure che più inquietano italiani ed europei secondo numerose inchieste condotte negli ultimi tempi, dall’Eurobarometro al rapporto Eurispes.

Sete informativa ed “effetto travaso”: vivere in una bolla 

Vari altri studi hanno mostrato che oggi siamo più spaventati che in passato e che i livelli di ansia crescono di pari passo con il consumo di news. Appena c’è un disastro iniziamo a ricevere informazioni in tv, notifiche sul cellulare, messaggi sui social, e ci sentiamo falsamente coinvolti, come se ogni evento accadesse qui e ora. Dunque, ancora una volta ci sentiamo vulnerabili in ogni istante a forze che sono fuori dal nostro controllo. 

L’arroccamento sulle proprie convinzioni spiega anche il cosiddetto «effetto travaso»: la paura evocata su un tema si riversa con facilità su altri, perché porta ad aggrapparsi a tutti i valori fondamentali identitari e non solo a quello minacciato. 

Infine, un altro aspetto: mentre la rabbia spinge ad agire d’impulso, il timore induce a informarsi sul problema che inquieta, per capirlo meglio e cercare rassicurazioni. Un comportamento potenzialmente positivo sarebbe quello volto a capire come gestire meglio le questioni e non solo a placare l’angoscia. Secondo Sensales è ampiamente dimostrato che tendiamo a esporci ai messaggi che sentiamo più affini, creando le ben note bolle informative in cui troviamo messaggi in sintonia con quanto già pensiamo, che ci dicono quel che vogliamo sentire, e ci rafforzano nelle convinzioni preesistenti, anziché aiutarci davvero a capire. 

Perché il cambiamento climatico fa meno paura di un attentato?

I meccanismi della paura spiegano anche perché a volte funziona poco. Perché una minaccia grave come il cambiamento climatico non smuove gli animi e i voti? Secondo vari esperti, ciò accade perché ci siamo evoluti per temere le azioni umane, o comunque di un agente che ci attacca, più che gli eventi impersonali, e i pericoli immediati più che quelli in un futuro indeterminato come appare quello climatico (finché una siccità o un’alluvione non ce lo fa sentire imminente). 

Come proteggersi?

In Italia poi il montare della paura viene favorito dalla maggioranza dei media, che  assecondano la sensazione di minaccia ed esasperando il clima. E la psicologia politica mostra che ciò funziona molto bene su chi ha meno strumenti culturali per contestualizzare e ridimensionare questi allarmi, ed è spinto a cer- care una figura forte a cui aggrapparsi.

Ritorna quindi il ruolo forte delle Istituzioni educative e dell’importanza dello sviluppo, fin da piccoli, di un pensiero critico e analitico, che possa guidare, insieme a quello storico, le scelte politiche dei futuri cittadini del domani. 

Immagine «Salva i tuoi figli», un manifesto per la campagna elettorale del 1953, durante la quale la Democrazia Cristiana fece ricorso alla paura fondata sull’espansionismo dell’Unione Sovietica. 

Bibliografia

Westen D., La mente politica. Il ruolo delle emozioni nel destino di una nazione, Il Saggiatore, 2008. 

Catellani P. e Sensales G., Psicologia della politica, Cortina, 2011. 

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Inseguimenti, bare vuote, animali feroci: sono alcune immagini oniriche ricorrenti in questi lunghi mesi. Elementi della vita quotidiana, metafore e paure si intrecciano nei sogni che, secondo le esperienze descritte da molti, durante l’isolamento sono diventati più intensi e, spesso, inquietanti. Dall’inizio della quarantena troviamo in rete i racconti
di sogni bizzarri. Perchè?

Il sonno è il primo ad alterarsi in situazioni stressanti, innescando in un circolo vizioso: un cattivo riposo esaspera gli aspetti negativi a livello psicologico, irritabilità, difficoltà di concentrazione, spossatezza, che non faranno che peggiorare a loro volta la qualità del sonno. Uno studio dell’Università di Padova ha rivelato che «Molti hanno impiegato più tempo ad addormentarsi e sono rimasti più a lungo svegli durante la notte a causa di un sonno frammentato», rivela Nicola Cellini, autore della ricerca pubblicata su «Journal of Sleep Research» e docente di psicofisiologia all’Università di Padova.

A riferire un sonno scadente sono state soprattutto le persone con i livelli maggiori di ansia, depressione e stress, e non solo la minaccia attuale che tuona nelle parole di “nuovo lock-down” incide in maniera significativa. Chi durante il lockdown è stato messo in cassa integrazione, non si è visto rinnovare il contratto o ha dovuto lasciare l’impiego per motivi familiari ha subito le conseguenze più pesanti. Differenze sono state osservate anche tra i sessi: le donne hanno sofferto in misura maggiore, forse per fattori legati alla gestione dei figli e all’impiego.

I mille volti del virus nei sogni

“Mi trovavo in un campo cosparso di occhi. Erano enormi, grandi quanto un’auto o anche di più, e rotolavano nell’erba e nel fango. Insieme a me c’erano molte persone, tutte intente a scappare da queste palle gigantesche, consapevoli che se fossero state toccate si sarebbero ammalate immediatamente”. Si evince l’ansia, il senso di pericolo e la paura che persone da tutto il mondo hanno sperimentato da quando il loro paese è stato infiltrato dal coronavirus. Negli incubi di una donna australiana non è un virus ma un esercito armato che la insegue; un trentenne delle Filippine si trova in coda per un concerto quando all’improvviso si rende conto di rischiare la vita, essendo nel mezzo di un assembramento; una quarantenne dello Stato di Washington non può uscire di casa perché un leone blocca la porta. «Sono aumentate le segnalazioni con protagonisti leoni», annotano gli amministratori del sito idreamofcovid.com, che dall’inizio della pandemia raccoglie i racconti dei sognatori di tutto il mondo. Forse tutti noi conviviamo con «la sensazione di essere limitati e minacciati nelle attività quotidiane da una possente, imprevista e in qualche modo incredibile forza proveniente dall’esterno».

Notti interrotte in uno specchio riflesso  

Luigi De Gennaro, docente di psicobiologia e psicologia fisiologica alla «Sapienza» Università di Roma, è stato tra i primi in Italia a studiare come sonno e attività onirica stessero cambiando a causa dell’isolamento. È possibile che le differenze culturali abbiano mediato l’effetto del lock- down sul sonno, ma in generale appare evidente che il cambiamento degli orari, con uno spostamento in avanti delle lancette della sveglia, e un sonno più frammentato abbiano modificato l’attività onirica. «Svegliarsi più tardi può avere indotto a ricordare meglio i sogni. Il sonno REM infatti è più frequente al mattino, e risvegli più frequenti aumentano il numero di sogni ricordati. 

«La correlazione tra frammentazione del sonno, incremento della frequenza dei sogni e aumento dei sogni a contenuto negativo è molto forte», sostiene De Gennaro. «I sogni negativi sono un sottoprodotto del fatto che si sogna di più».

E le emozioni? La qualità dell’umore, i livelli di stress e le preoccupazioni relative alla pandemia hanno inciso sui sogni. Una parte della popolazione ha manifestato un maggiore coinvolgimento emotivo durante la pandemia. Ha rimuginato di più sulla malattia, era più preoccupata, più stressata, di umore più negativo. Questo ha avuto un riflesso sulla vita notturna.

Per indagare il contenuto dei sogni durante la quarantena, il gruppo che la- vora alla «Sapienza» ha chiesto ai partecipanti di un ulteriore studio di registrare i propri sogni ogni mattina. «Ci vorrà molto tempo per trascrivere e analizzare questi racconti ma a una prima lettura ci sono alcuni sogni con elementi legati al lockdown, come persone inseguite dai carabinieri, ma sono pochi casi, gli altri sono banali», anticipa De Gennaro. 

Sogni in guerra

In passato nessuno ha potuto studiare in maniera sistematica il mondo onirico di un’intera popolazione isolata e minacciata da una pandemia. 

I riferimenti più prossimi, anche se traumatici ed estremi, vengono da alcuni studi condotti in sopravvissuti ai campi di concentramento. Dove però, all’isolamento, si aggiungevano una minaccia continua alla propria sopravvivenza e, spesso, violenze e abusi fisici, sessuali e psicologici.

«Ero a casa e sono andato nella dispensa, dove ho mangiato tutto ciò che potevo vedere. Quindi sono uscito per incontrare mia sorella e un amico
al ristorante, dove abbiamo consumato una cena abbondante, per poi recarci in un altro pub a mangiare. E poi in un altro pub ancora…». Il cibo e il ritorno a casa sono tra gli argomenti più frequenti nei sogni di un gruppo di soldati britannici reclusi nella prigione di Laufen durante la seconda guerra mondiale. Uno di loro, il maggiore Kenneth Hopkins, dottorando in psicologia, chiese ai compagni di raccontargli giorno dopo giorno i loro sogni. Era il 1940 e Hopkins era convinto che la guerra sarebbe presto finita e avrebbe potuto utilizzare il materiale raccolto per redigere la tesi. Morì di enfisema due anni dopo, ancora prigioniero. I suoi resoconti, però, costituiscono un eccezionale reportage onirico raccolto in tempo reale. 

Se da una parte sembra smentita l’esistenza di veri e propri sogni pandemici, le ricerche confermano che per molti la vita notturna durante la quarantena è cambiata 

E se dovesse esserci un nuovo lock-down? Come fare per migliorare il proprio sonno e quindi i propri sogni? 

E’ importante seguire le regole dell’igiene del sonno. Si tratta di semplici comportamenti utili a facilitare l’addormentamento, come coricarsi e svegliarsi alla stessa ora. 

Tra le altre raccomandazioni: non usare il cellulare a letto per leggere notizie; esporsi alla luce solare soprattutto al mattino; evitare di cenare molto tardi e di bere troppo. Bisogna imporsi delle regole e pianificare alcuni momenti per scaricare ansie, paure e incertezze in modo da non portarsi le preoccupazioni a letto.

Il letto è “un santuario”. Non si usa il computer e non si lavora. 

Pensare a qualcosa di positivo prima di addormentarsi può invece aiutare ad accompagnare l’addormentamento e a migliorare il tono dei propri sogni, al pari delle favole raccontate ai bambini o all’orsacchiotto tenuto ben stretto.

Il sogno fornisce una cornice per rielaborare il materiale più significativo delle nostre giornate. I cambiamenti della vita quotidiana vissuti durante il periodo di lockdown si siano riflessi anche sui sogni, popolando il mondo onirico, ma non necessariamente rendendolo più inquietante.

Concedersi uno spazio di ascolto e supporto psicologico in cui poter alleggerire il carico quotidiano, può aiutare a creare “cuscini” su cui poter dormire.

Bibliografia

Cellini N., Mioni G. e Costa S., Changes in Sleep Pattern, Sense of Time and Digital Media Use During Covid-10 Lockdown in Italy, in «Journal of Sleep Research», 2020.

De Gennaro L. e altri, Use of Varenicline in Smokeless Tobacco Cessation Influences Sleep Quality and Dream Recall Frequency but Not Dream Affect, in «Sleep Medicine». 2017.

Tempesta D., Curcio G., De Gennaro L., Ferrara M., Long- Term Impact of Earthquakes on Sleep Quality, in «PLoS One», 2013.

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“Cosa preferisci tra maschio o femmina? ““L’importante è che stia bene”. Quante volte abbiamo posto tale domande a futuri genitori e quante volte ci è capitato di ascoltare la risposta? 

Nello scenario ideale della cultura attuale, l’augurio è che il nascituro sia in buona salute, indipendentemente dal genere, sebbene il futuro genitore avrà dentro di sé fantasie e preferenze.

Nella Gionata Internazionale delle Bambine proviamo ad allargare gli orizzonti culturali, ben oltre l’immagine delle bambine sorridenti e gioiose in un parco giochi. Dal report “The Global Girlhood 2020”  di Save The Children 9 milioni di bambine e ragazze non sono mai andate a scuola. In Africa occidentale e centrale le bambine che frequentano la scuola non superano il 70%, più di 1 su 3 non completa il ciclo di istruzione primaria.

Qual è il loro destino? Sono diversi: dal lavoro minorile alla prostituzione. Ogni anno, inoltre, 12 milioni di ragazze vengono date in sposa prima di compiere i 18 anni di età, spesso con uomini ben più grandi di loro, esposte al rischio di violenza domestica e di gravidanze su corpi non ancora strutturati per reggerle. Aberrante è il dato circa la causa principale di morte nel mondo per le ragazze tra i 15 e i 19 anni: le gravidanze precoci. Gli effetti socio-economici della pandemia di Covid-19 con conseguente impoverimento delle famiglie stanno moltiplicando gli scenari devastanti delle infanzie negate, di bambine non bambine, involucri evanescenti.Nei Paesi più poveri al mondo, a causa della pandemia, 2 ragazze su 3 sono costrette ad occuparsi della casa, dovendo così rinunciare all’opportunità di andare a scuola, apprendere e coltivare capacità e competenze indispensabili per costruirsi un futuro diverso.

Ci sono culture poi dove nascere femmina è una vera e propria disgrazia.

In India

Un proverbio indiano recita che “avere una figlia femmina è come innaffiare il giardino del vicino”: non produce ricchezza, rappresenta un costo, impoverisce. Nel sud del paese la seconda figlia femmina è definita “destinata alla fossa” e, nelle zone rurali, benché proibita per legge fin dalla dominazione inglese, è ancora in vigore la pratica del “sati”, il suicidio della vedova sulla pira funebre del marito: la vedova infatti non ha modo di mantenersi e, qualora abbia diritto ad una pensione, essa rappresenta un costo “inutile”, non produttivo. Gli intrecci economici si stringono con quelli sociali e culturali, soffocando le esistenze.

In Cina

Nell’ampio quadro della riforma dell’economia cinese,  la legge sul figlio unico decretò la morte di milioni di bambine cinesi. Le donne incinte subirono minacce e aborti selettivi, delle bambine che riuscirono a nascere, molte furono vittime di infanticidi, altre vennero vendute come schiave, altre ancora finirono negli orfanotrofi. “Bambine fantasma”, mai registrate all’anagrafe e quindi nell’impossibilità di avere assistenza sanitaria, andare a scuola, ottenere un lavoro regolare. Questo orrore si è perpetrato fino al 2016, anno di abolizione della politica del figlio unico. Rimane un dato: 25 a 40 milioni di bambine inesistenti, morte o scomparse. 

Siamo disposti ad uscire dalla visione idilliaca dell’infanzia occidentale? Conoscere le altre realtà ci mette in contatto con l’orrore che le “storie di infanzie fantasma” che possono evocare. 

Garantire un futuro migliore all’infanzia in tutto il mondo, significa, in primis, riconoscere quelle parti negate: raccontare, diffondere, condividere le loro storie per dare avvio ad un graduale processo di cambiamento e di riconoscimento dei diritti: primo tra tutti quello di essere nel mondo.

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