Quanto è satura di significati positivi l’affermazione “Andrà tutto bene“, tanto da indurre la sensazione di rifiuto di essi? Certo è che se per un primo periodo durante la pandemia tale slogan ha rappresentato un “aggrappo” per adattarsi ai cambiamenti improvvisi imposti, dall’altro il rimbalzare di contenuti positivi “tossici” è sempre più diffuso sui social.

Basti pensare a quante volte ci siamo sentiti dire:” Dai su, pensa positivo!” oppure ” Guarda solo il lato buono”. E il lato meno buono, il negativo appunto, che destino ha nella nostra psiche?

Partendo dalle definizioni, per positività tossica si intende l’eccessiva generalizzazione di uno stato di felicità e ottimismo, estesi a tutte le situazioni di vita. Dietro tale tendenza si celano meccanismi di distorsione dell’esame di realtà quali la minimizzazione e la scissione affettiva ( o tutto bello, buono, o tutto brutto e cattivo).

Sebbene il promotore della psicologia positiva e degli studi sull’ottimismo, Martin Seligman, abbia illustrato i danni degli stili di pensiero, delle tendenze estreme, alcuni studiosi hanno definito la positività tossica come una propensione alla lettura unilaterale degli eventi, dei pensieri e delle emozioni come un ottimismo esagerato, in cui tutto è roseo e parti della realtà vengono denegate, appunto. Una delle conseguenze più immediate è proprio l’invalidazione dell’esperienza emotiva, autentica vissuta da ognuno di noi.

Immaginate una positività talmente luminosa da divenire accecante: dove ci può condurre?

Nancy McWilliams, psicologa- psicoanalista, nel delineare un meccanismo di difesa, il diniego, parla di Sindrome di Pollyanna in riferimento all’eroina del fortunato romanzo di E. Porter, che supera ogni avversità grazie al suo ottimismo. Esempi di persone per cui il diniego, ovvero l’affrontare esperienze spiacevoli rifiutando di accettare che siano accadute, è una difesa fondamentale sono gli individui tipo Pollyanna, ovvero quelli che insistono sempre che tutto è bello e buono.

La cultura delle “Positive vibes” a tutti i costi induce le persone a tenere dentro di sé i timori, le preoccupazioni e le difficoltà del vivere quotidiano: il timore è quello di discostarsi da una moda dilagante ed apparire vulnerabili agli altri, oltre che ci si priva della condivisione di quella parte di Sè intima, privata, che rimane taciuta, inascoltata.

Le emozioni inespresse si sedimentano nel corpo, e premono per venir fuori sotto forma di sintomi psicosomatici. d’altro canto l’allentare gradualmente il contatto diretto con il nostro sentire potrebbe rendere difficoltosa la comunicazione e la relazione con gli altri: chi vorrebbe avere accanto un jukebox umano che sfoggia frasi positive, senza riuscire a cogliere le nostre emozioni e sintonizzarsi con esse?

Se da una parte tutto ciò può costituire un “rifugio dal negativo“, dall’altro induce alla creazione di caricature di sé stessi, come Pollyanna.

I primi passi sono quelli di provare a stare nelle nostre emozioni e in tutte le loro sfumature, senza giudicare la qualità malevola e/o benevola. Sentire, riconoscere le emozioni consente una maggiore condivisione con le persone che ci circondano.

Al “Dai su, non pensarci… la vita è bella!- proviamo a sostituire il: “Vedo che ti trovi in difficoltà, sono qui per ascoltarti”

Felici a tutti i costi: ma a quale costo?

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Credits: Ansa