Minori in fuga: spazio psichico per accogliere e raccontare le loro storie a grandi e ai piccoli

1…2…3. Nei tre secondi appena trascorsi una persona nel mondo è costretta a lasciare la propria casa, per guerra, carestia, fame, persecuzioni religiose o etniche. L’hashtag #Stayhome non vale per tutti.
Nel 2019 sono 79,5 milioni sono i rifugiati nel mondo: oltre 12 milioni sono i minori stando ai dati dell’Alto Commissariamento delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Numeri da incubo.
Cosa possiamo fare? Poco o molto, è iniziare a parlarne, dare lo spazio e luogo di raccontare le loro storie a partire dai più piccoli e nelle scuole utilizzando i cartoon, in cui tutti cerchiamo di scrivere un possibile lieto fine. I minori rifugiati devono a trovare spazio anche nelle nostre menti, dando loro esistenza negata. I video di UNICEF sono esempi di storie da ascoltare e raccontare.
Contattare il rifugiato che è in noi
Lo scenario dei minori in cerca di rifugio è drammatico e ci porta a reagire, a volte in modo inconsapevole, con negazione, come se tutto questo andasse a stridere con la rappresentazione psichica di un’infanzia serena. Come se tutti noi avessimo difficoltà a contattare quella parte, quel vissuto che per varie situazioni di vita ci ha portato a sentirci dei “rifugiati”, anche per un solo istante.
Siria,Somalia, Cox’s Bazar:Diritti senza cartina geografica
Piedi saldi sulla terra ferma, casa, protezione sicurezza, istruzione, gioco, genitori, identità, futuro: sono alcuni dei diritti dissolti. Mine anti-persona, i bombardamenti e i cecchini. Nel contesto di guerre e persecuzioni i più giovani non sono solo vittime accidentali, ma parte di una strategia calcolata di eliminazione del “nemico di domani”. Vulnerabili, fragili, separati dai genitori:le bambine in particolare sono a rischio di subire violenza sessuale, sfruttamento e abusi, mentre i ragazzi corrono il rischio di un reclutamento precoce, in quanto sono più disponibili. Una duplice vittimizzazione che può aggravare le difficoltà gravi al momento del reinserimento nelle famiglie e nelle comunità.
Facciamo un passo: raccontiamo le loro storie
I cartoni animati migliorano le abilità narrative. E’ quello che è emerso in uno studio portato avanti dall’Università UPV/EHU dei Paesi Baschi (Spagna): l’osservazione dei cartoni animati da parte dei bambini in relazione allo sviluppo di abilità narrative e alla formazione di valori importanti. Creiamo fin da piccoli lo spazio psichico di pensabilità di realtà oltre i nostri confini, come quella dei minori rifugiati. Noi adulti siamo disposti?
Malak e la barca
Non informazioni ma curiosità, non solo denuncia ma apertura, non rinuncia ma resistenza, non afflizione ma speranza, non indifferenza ma accoglienza. Il raccontare le storie dei minori rifugiati potrebbe rientrare nell’approccio curriculare e creare spazi di condivisione, ascolto, riflessione fin dalla scuola dell’infanzia attraverso adulti, insegnanti, genitori ed educatori in grado di contenere le emozioni che emergono. L’istruzione è il migliore antidoto a integralismi e oscurantismi, e la scuola dovrebbe essere uno dei luoghi di protezione, dove i minori rifugiati ritrovano una “normalità”, seppur tanto diversa.
“Mi piacerebbe tornare in Siria e giocare con i miei amici”. Malak e un capitolo lieve della sua storia
Il rifugiato siede nella valletta dei salici e torna a riprendere ancora il suo arduo mestiere: sperare.
Bertolt Brecht

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